Conti, allarme Bce: l’Italia deve fare di più

EUROPA UE BRUXELLES

L’economia va peggio del previsto e l’Italia rischia di non centrare l’obiettivo di un rapporto deficit/Pil al 2,6 per cento nel 2014. L’avvertimento potrebbe apparire persino scontato visti i più recenti dati statistici, ma provenendo dalla Banca centrale europeo ha un peso politico particolare. Tanto più che nel Bollettino diffuso ieri gli economisti di Francoforte indicano anche quel che il nostro Paese deve fare: «Rafforzare ulteriormente l’orientamento delle politiche di bilancio» con l’obbiettivo di «assicurare il rispetto degli obblighi del Patto di stabilità e crescita, in particolare per quanto riguarda la riduzione del debito». Insomma al governo viene chiesto di fare di più, anche in termini di riforme. Matteo Renzi però avrebbe accolto l’indicazione della Bce senza «dispetto o fastidio». Per il premier si tratta di «numeri già conosciuti»: dal suo punto di vista si tratta di «rispondere con i fatti». Lo farà visitando uno stabilimento a Bari e concentrandosi sulla politica industriale.
APRREZZAMENTO PER JUNCKER
A tarda sera alle parole scritte del Bollettino si sono aggiunte quelle pronunciate a viva voce da Mario Draghi a Milano. I toni sono stati espliciti: «Se non riusciamo a rilanciare gli investimenti – ha avvertito – indeboliremo l’economia nel breve termine e ne compromettiamo le prospettive di lungo periodo». Il numero uno della Bce ha espresso apprezzamento per il pacchetto da 300 miliardi annunciato dal neopresidente della commissione Juncker e ha esortato i governi ad applicare in modo coerente il Patto di stabilità, che contiene spazi per la crescita. Da parte sua la Bce è disponibile ad «intervenire ancora se necessario», consapevole però che «non c’è stimolo monetario che tenga se non affiancato dalle giuste politiche strutturali».
Sulla linea del rilancio degli investimenti si sono ritrovati anche il governatore della Banca d’Italia e il ministro dell’Economia, intervenuti come Draghi all’Eurofi financial Forum 2014, alla vigilia delle riunioni Eurogruppo ed Ecofin di oggi e domani. Ignazio Visco nel suo intervento ha ricordato il contributo della politica monetaria al miglioramento dell’accesso al credito e per questa via alla ripresa. Quantificando l’impatto che potranno avere le prossime operazioni Tltro: nell’ipotesi che le banche prendano tutti fondi resi disponibili dalla Bce e li trasferiscano al sistema produttivo l’effetto incrementale sul Pil italiano potrebbe raggiungere lo 0,5 per cento, che non è poco.
L’IMPATTO SULLA CRESCITA
Ma la spinta agli investimenti secondo Visco deve arrivare oltre che dalla riduzione del costo del capitale da una rivitalizzazione del mercato delle cartolarizzazioni, dallo sviluppo del mercato finanziario (in modo rendere le imprese meno banco-dipendenti) e da nuovi progetti infrastrutturali alimentati da fondi pubblici ma anche privati. A questo proposito il governatore della Banca d’Italia ha ricordato il ruolo dell’Unione europea facendo riferimento a strumenti specifici: project bond europei, partnership tra pubblico e privato, forme di garanzia pubblica. Di crescita e di investimenti ha parlato anche Pier Carlo Padoan. Gli investimenti anzi saranno una delle tre priorità della presidenza italiana, accanto ad una maggiore integrazione del mercato interno ed alle riforme strutturali da misurare con appositi strumenti di benchmark. Le prime proposte emergeranno proprio dalla due giorni europea in programma a Milano: tra le idee in campo la creazione di un fondo comune europeo per sfruttare risorse della Bei e delle strutture come la Cassa Depositi e Prestiti e l’adozione di regole coordinate per i minibond destinati a finanziare piccole e medie imprese. In ogni caso per il ministro dell’Economia serve un cambio di approccio, perché i dati economici sono deludenti e non c’è stato il necessario sforzo in direzione di crescita e occupazione. Come dimostra anche il rapporto annuale della commissione Ue sulla competitività, che ricorda tra l’altro come la produzione industriale italiana si sia ridotta del 25 per cento tra il 2007 e il 2013.

Il Messaggero