Conte: ‘Tornare alla Juve? Mai dire mai’

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“Juve, guardarti mi fa male. Insieme abbiamo costruito un grattacielo che adesso gli altri vogliono abbattere a colpi di piccone, però c’è tutto per continuare a vincere”. Il ct dell’Italia, Antonio Conte ha rilasciato un’intervista aTuttosport.

Antonio Conte, facciamo un passo indietro: il 18 maggio 2014 lei incontra la Juve, il rapporto prosegue, poi si gode un mese di vacanza per ricaricarsi dalle tensioni, quindi la rottura a metà luglio. Ci siamo persi qualcosa?
«Non è stata una decisione presa come un fulmine a ciel sereno. Il 18 maggio c’erano tantissime probabilità che le strade si sarebbero divise. Penso di aver scelto molto con la testa e poco col cuore, perché il cuore mi avrebbe portato a continuare all’infinito con la Juve. E’ stata una decisione ponderata, a conclusione di tre anni molto intensi, vissuti con un dispendio fisico e mentale non indifferente, soprattutto da parte mia. Ho dato fondo a tutte le energie possibili e inimmaginabili per cercare di recuperare da una situazione non semplice: partivamo da due settimi posti, con la qualificazione in Champions come traguardo lontano. Bisognava spodestare una squadra forte come il Milan, che aveva Thiago Silva, Ibrahimovic, oltre alla vecchia guardia. Quattro anni fa i rossoneri erano la Juve di oggi. Essere riusciti a tirarli giù dal trono e prenderne il posto è stato il nostro capolavoro: mio e dei ragazzi. Ma per farlo c’è stato un grandissimo dispendio di energie sotto tutti i punti di vista».

Nelle dichiarazioni attuali dei dirigenti della Juve nei suoi confronti c’è sempre una punta di amarezza.
«A maggio, con la società, abbiamo deciso di aspettare per vedere se alcune situazioni potevano essere smaltite. E’ andata come è andata, ma io ho dato tutto. La mia è stata una scelta non serena, però onesta: avevo la morte nel cuore quando ho preso quella decisione e nel video poi pubblicato si vede che non ho deciso a cuor leggero. Ma ho pensato e penso che sia stata la soluzione giusta, per tutti. Avevo chiesto tanto a tutti e tutti mi hanno dato tutto: i tre scudetti, il primo straordinario da imbattuti, il record dei 102 punti, la finale di Coppa Italia, la Champions alla quale quasi tutti i giocatori partecipavano per la prima volta. Siamo arrivati ai quarti mentre l’anno scorso, al di là del rammarico di quei famosi dieci minuti col Galatasaray, il fatto di riportare la Juve a giocarsi una
semifinale europea è una nota di merito».

Le lacrime di sua moglie Elisabetta, il giorno della festa scudetto allo Stadium, erano un segnale di addio?
«La mia famiglia ha sempre visto con quanta intensità ho vissuto gli ultimi tre anni. Allenare la Juve non è semplice, richiede tanta intensità lavorativa. Però quando ti accorgi di aver dato tutto, devi anche avere il coraggio di prendere decisioni che possono sembrare strambe. C’è chi mi ha chiesto: “Mister, ma chi te l’ha fatto fare di lasciare la Juve? Potevi anche permetterti di non vincere sempre…”. Ma questo per me non esiste: io cerco sempre l’eccellenza e per farlo devi metterci il massimo della passione».

Sente ancora un po’ sua questa Juve?
«Quando vedo giocare calciatori con cui ho avuto rapporti molto intensi… Dico la verità: io faccio fatica a vedere la Juventus. Mi è successo anche in passato, quando andai via da Bari. E’ una fatica soprattutto emotiva, l’anno prossimo sarà diverso per tutti quanti».

Rispetto alla squadra dei 102 punti sono andati via Vucinic e Quagliarella, in cambio di Morata, Evra, Pereyra, Coman e Romulo: la Juve attuale è più forte?
«Non sta a me dirlo, né mi interessa, anche perché si creano paragoni inutili. A luglio si è chiuso un capitolo importante per me e sinceramente mi dispiace quando vengono fatti confronti, in eccesso o in difetto. La verità è che si è chiuso il ciclo mio, ma non quello della Juve. Abbiamo costruito un grattacielo e oggi sta agli altri provare a dare picconate, però bisogna essere bravi per farlo crollare. Oggi la Juve gode di una situazione ottimale: regge a livello di fatturati, perché noi siamo riusciti, con grandi sacrifici, a scavalcare tutti. E ora i bianconeri devono fare di tutto per rimanere lassù, mentre agli altri toccherà minare certezze e fondamenta del palazzo costruito».

Ma le avversarie si stanno davvero attrezzando oppure è tutta un’illusione?
«Intanto si dimentica che la Juve, in poco tempo, ha fatto un miracolo, frutto di scelte di determinati uomini, di un ambiente che ha voluto fortemente che la squadra tornasse la guida del Paese. Non è semplice trovare le persone giuste e ripartire, anche perché ti porti dietro una storia importante. Vale per il Milan, per l’Inter, dove devi provare sempre a lottare per lo scudetto. La novità è che non ci sono quattrini, ma bisogna mettere al centro dell’attenzione le idee: è oggi che chi è più bravo lo deve dimostrare».

Ma è vero che nella sua Juve chi non si allenava bene “godeva” di un allenamento supplementare?
«Si riferisce alle sedute con il pallone o a secco?».

Faccia lei.
«Fa una certa differenza, perché col pallone il calciatore può nascondersi e fare meno fatica, a secco no. Io pretendevo che tutti lavorassero per un “tot” di minuti ad alta intensità. E siccome tutti venivano monitorati in tempo reale, chi sgarrava…».

Che idea si è fatto della vicenda Osvaldo?
«Daniel arrivò trascinandosi dietro una fama non buona. Ma con me si è comportato non da professionista, di più. Ha sempre rispettato le mie scelte: non posso parlarne male. L’ho pure convocato in Nazionale le prime due volte: se starà e farà bene, le porte sono aperte. Vale per Tevez: quando Carlos arrivò si diceva che avrebbe rovinato lo spogliatoio, invece ho trovato un campione a tutti i livelli, calcistico e umano. Non ha mai creato problemi, è un valore aggiunto. A Tevez, a Pirlo, allo occolo duro, ho sempre detto: “Se vi allenate male, per me è un problema”. Se, al contrario, il gruppo vede che Carlos e Andrea si allenano sempre, io posso stare anche con la sigaretta in bocca. Con i campioni è tutto più facile: solo loro, nella fatica, capiscono l’importanza del lavoro».

Reagirebbe come Mancini dopo la scenata fra Osvaldo e Icardi?
«Educazione e rispetto non devono mancare: mai!».

Pogba può lasciare la Juve: pensa che con la cessione del francese il campionato si possa riarricchire con stelle di alto livello, come ai tempi di Zidane?
«La vendita di Pogba consentirebbe di comprare 2-3 giocatori di livello, anche se oggi è più difficile capire chi ti fa svoltare la squadra. Io credo nei talenti che faticano ad uscire. L’importante è che nelle nostre squadre Primavera non giochino 9 stranieri su 11…».

Com’è stato il primo impatto con i giocatori juventini a Coverciano?
«C’è stato stupore da parte mia e loro, non pensavamo di incontrarci così presto. Certo, se prima rompevo le scatole nel club, ora lo faccio in Nazionale. E loro trasferiscono il mio pensiero a chi magari non mi conosceva».

Oggi Llorente guarda più verso Buffon, meno in direzione della porta avversaria: perché?
«Questo lo deve spiegare Allegri. Le mie squadre hanno la priorità di avere gli attaccanti vicini, oggi alla Juve non stanno vicini».

Il 4-2-4 che l’ha lanciata l’ha copiato da Ventura?
«Io copio da tutti. Poi scopro che tutti copiano da me…».

Le mancano le polemiche con gli arbitri?
«E’ l’unica cosa che non mi manca e ne sono felice».

Tornerà un giorno alla Juve?
«Vediamo, mai dire mai: Dio vede e provvede».

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