Consip, il padre di Renzi indagato L’inchiesta nata a Napoli sugli appalti nel pubblico e il nuovo filone di Roma

Tiziano Renzi

L’inchiesta Consip nasce a Napoli e parte dalle attività dell’imprenditore Alfredo Romeo e dagli appalti che la sua società si è aggiudicata per la gestione delle pulizie dell’ospedale Cardarelli. I pubblici ministeri Celeste Carrano, Enrica Parascandolo e Henry John Woodcock indagano Romeo per concorso esterno in associazione mafiosa perché avrebbe assunto, per svolgere il servizio all’interno dell’ospedale, persone indicate da clan camorristici. Ma soprattutto lo sospettano di aver corrotto il dirigente della Consip Marco Gasparri. Ed è attraverso quest’ultimo che la Spa del ministero dell’Economia e della Finanza entra nelle informative che i carabinieri del Noe di Roma, delegati delle indagini insieme al Nucleo di polizia tributaria di Napoli, inviano alla Direzione distrettuale antimafia.

L’appalto
Le indagini napoletane si concentrano sull’appalto Fm4 (facility management) per l’affidamento dei servizi gestionali di università, centri di ricerca e svariati uffici della Pubblica amministrazione. C’è in ballo una convenzione da 2 miliardi e settecento milioni di euro in 36 mesi, e il gruppo Romeo mira a tre lotti importanti. I magistrati cominciano a interessarsi delle attività di Consip, e quando, il 16 dicembre del 2016, convocano Gasparri, lui non parla solo dell’appalto ma anche dell’influenza della politica per nomine, carriere e posizioni all’interno della società. Pochi giorni dopo gli investigatori si presentano negli uffici dell’amministratore delegato Luigi Marroni e a proposito del numero uno di Consip, il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia dell’inchiesta, associa il suo nome a quello di Tiziano Renzi, per rapporti di amicizia stretta, però, non per ipotesi di reato. Ipotesi che invece, di lì a breve riguarderanno il ministro dello Sport Luca Lotti, pure lui legato a Marroni, anzi, ritenuto il suo sponsor nella nomina in Consip.

Gli altri nomi «di peso»
Ascoltato come persona informata sui fatti, Marroni rivela di aver fatto bonificare gli uffici della società dopo aver saputo dal presidente Luigi Ferrara della presenza di microspie. Erano quelle fatte mettere dalla Procura di Napoli, e a proposito di chi avrebbe informato Ferrara, Marroni fa i nomi di Lotti, del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, e del generale Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana. Sia il ministro che i due ufficiali vengono indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto, e a questo punto l’inchiesta si scinde: la parte relativa agli appalti al Cardarelli e ad altre attività riconducibili ad Alfredo Romeo resta a Napoli, quella riguardante Lotti, Del Sette e Saltalamacchia passa per competenza territoriale alla Procura di Roma, che oltre a indagare sulla fondatezza delle accuse ipotizzate nei confronti dei tre dai magistrati napoletani, ha sviluppato evidentemente altri filoni investigativi.

I pizzini nella discarica
A Napoli, invece, di recente i magistrati hanno disposto un sequestro nei confronti di Romeo e dal decreto firmato dai pubblici ministeri Carrano e Woodcock sono emersi altri particolari inediti. Per esempio il ritrovamento in una discarica di Roma di alcuni pizzini sui quali, secondo gli investigatori, era annotata la contabilità delle tangenti. Fogli scritti a penna provenienti da uno degli uffici del gruppo Romeo nella Capitale, che prima di essere buttati erano anche stati strappati e che quindi è stato necessario ricostruire. Secondo i pm napoletani, poi, Romeo in passato avrebbe anche pensato di offrirsi per acquistare l’Unità pur di compiacere importanti «personalità politiche». Nel decreto non si fanno nomi, e comunque l’Unità Romeo non l’ha acquistata.

Corriere della Sera