Concorsi universitari? Tutto deciso prima. Quasi sempre

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“Siamo subissati“, dichiara Raffaele Cantone. In questo caso il presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione si riferisce alle tante segnalazioni che gli arrivano. Segnalazioni di presunte illegalità perpetrate nei concorsi universitari. Un problema tutt’altro che recente, che ma che da almeno un trentennio ha assunto proporzioni gigantesche. Un vizio quasi connaturato all’università italiana. “Le nostre università assumono con il contagocce e i pochi posti sono riservati a gente che è in lista da anni, tendenzialmente allievi dei professori”, spiega Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro a Modena. Gente della quale molto spesso viene premiata la fedeltà, lo spirito di servizio al professore di turno, come ben sa chi ha avuto la sorte di frequentare dipartimenti universitari. Ancor di più se ha avuto la cattiva idea di provare a farsi strada tra dottorati di ricerca e specializzazioni, assegni di ricerca e contratti d’insegnamento annuali, magari in sedi universitarie create ad hoc.

I tentativi, anche maldestri di porre rimedio a questa pericolosa deriva, sono stati del tutto inefficaci. Sono state cambiate le modalità di composizione delle commissioni d’esame. Inserendo, togliendo e poi nuovamente inserendo. Tutto inutile. Nulla è mutato, nella sostanza. Da alcuni anni, in attuazione della “legge” Gelmini, per accedere ad un qualsiasi concorso per professore di prima e seconda fascia è necessario essere in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale, requisito acquisibile attraverso il giudizio di un’unica commissione, per settore concorsuale. Procedura lunga e sostanzialmente inutile.

Prima della legge Gelmini, e anche dopo, ad insegnare arriva, con inspiegabile frequenza, chi si è deciso che arrivi. I concorsi sono una pura formalità. Un necessario atto per regolarizzare quel che nella realtà e nelle modalità di esecuzione non lo è. D’altra parte quando se ne bandisce uno, spesso per un solo posto, esiste già il nome del vincitore. Il concorso non serve per trovare lo studioso più idoneo, ma per “premiare” l’allievo di turno. Certo, il concorso è aperto a tutti quanti ne abbiano i requisiti. Ci si può iscrivere, sempre che qualche docente inviti “a non andare per non creare problemi”. Si possono espletare le diverse prove d’esame, a volte, dopo essersi sobbarcati viaggi anche lunghi e sostenute le necessarie spese per raggiungere la sede. Ma è tutto deciso, prima. Quasi sempre. La selezione è solo un’illusione. Per molti. Per la maggior parte di chi tenta. Non solo per quelli che non sono figli o parenti di un rettore o di un professore.

Certo il nepotismo è un problema. Lo hanno evidenziato diverse inchieste giornalistiche e fra gli altri il saggio L’Università truccata oltre di Roberto Perotti”, oltre che alcune sentenze giudiziarie. Ma il problema è un altro. Il problema è nelle scelte di chi giudica, che troppo spesso antepone, in maniera del tutto arbitraria, la lunga conoscenza dell’allievo, ai titoli. Insomma la “militanza” a pubblicazioni e esperienze professionali. La conoscenza alle conoscenze. Affermare che questi criteri di selezione abbiano mortificato nel passato neppure tanto recente e continuino a farlo, le giuste aspirazioni di centinaia di sempre meno giovani studiosi è quasi naturale. Ma quanto questo sistema clientelare abbia provocato danni anche in altri ambiti è facile verificarlo. Già, perché se il livello medio della qualità di diversi insegnamenti in non poche università italiane ha registrato un abbassamento è da imputare anche a questo. Alla scelta di chi dovrà un giorno prenderne il posto e comunque costituire un esponente della sua scuola.

L’Università è malata. Da tempo, truccata. Nei concorsi universitari si iniziano a sperimentare quali siano le modalità che permettono di raggiungere la meta. Nei concorsi si fanno i conti con le ingiustizie di un Paese nel quale da decenni si parla di merito senza che si dia prova di tenerlo in alcuna considerazione, se non di premiarlo. Un Paese che continua ad illudere migliaia di ricercatori anche per colpa dei suoi “cattivi maestri”. Davvero un peccato!

Il Fatto Quotidiano