Colle, si rafforza l’asse con Berlusconi ma il premier lavora alla “carta Grillo”

BERLUSCONI

Praticamente evaporate le speranze che Giorgio Napolitano rinvii le dimissioni di una settimana, fino alla conclusione del vertice italo-tedesco di Firenze, Matteo Renzi prepara la Grande Campagna per il Quirinale. Data d’inizio: il 14 gennaio, il giorno in cui Napolitano lascerà. D-day: il 27 o il 28 gennaio quando il Parlamento si riunirà in seduta comune per eleggere il successore. Il presidente della Camera Laura Boldrini, infatti, per sfruttare l’intera settimana dovrebbe anticipare la convocazione di uno o due giorni rispetto ai 15 giorni canonici. «E sarà in quelle due settimane», spiegano a palazzo Chigi, «che si giocherà la partita, quella vera».
IL NOME NUOVO

Molti sostengono che Renzi abbia già in testa il nome del nuovo capo dello Stato. «Nuovo e donna». Un candidato capace di incarnare «il nuovo corso», il «cambiamento», avviato dal governo dell’ex rottamatore e di «essere riconosciuto come il Presidente di tutti». Preferibilmente «un politico con la P maiuscola». «Ma Matteo non rivela il nome neppure a se stesso per evitare di bruciarlo», sussurra un suo collaboratore.
Fatto sta che il premier e segretario del Pd non sta facendo passare inutilmente questi giorni. Convinto che la partita del Quirinale vada giocata insieme a Silvio Berlusconi per evitare che un eventuale scontro si riverberi sulla riforma costituzionale, Renzi ha fissato come zoccolo duro l’asse Pd-Forza Italia. Ma visto che deve fare i conti con l’insidia rappresentata dalla minoranza dem e dai quaranta ribelli forzisti che fanno capo a Raffaele Fitto, il premier sta preparando una rete di protezione nel caso in cui l’ex Cavaliere si dimostrasse incapace di tenere compatto il partito. Il momento della verità scatterà il 7 gennaio, quando il Senato verrà chiamato a votare la nuova legge elettorale. Se Berlusconi saprà garantire i suoi voti all’Italicum, bene. Altrimenti scatterà la rete di protezione rappresentata dai transfughi grillini e da Beppe Grillo in persona, «se possibile».
In questa direzione si stanno muovendo gli ambasciatori dem incaricati dal premier di sondare i Cinquestelle ortodossi. «E’ tempo perso dialogare?», ha chiesto ieri un esponente grillino a un plenipotenziario renziano che chiede l’anonimato. La risposta: «Dipende da voi. Se fissate troppi paletti e avanzate veti non si va da nessuna parte, se invece siete aperti al confronto le porte sono spalancate». E al Nazareno hanno accolto con favore la dichiarazione di Roberto Fico, il grillino presidente della Commissione di vigilanza Rai: «Non è esclusa una collaborazione con il Pd sul Quirinale».
Per l’ambizioso Renzi portare a casa un presidente eletto a «larghissima maggioranza», sarebbe «come fare bingo». E dunque a questo Renzi lavora. «Anche perché», sostiene uno dei suoi, «se Matteo riuscisse ad eleggere un presidente alla prima votazione, con la maggioranza dei due-terzi, incasserebbe un importante risultato politico che avrebbe eco anche a Bruxelles e nelle Cancellerie europee». Dove, guarda caso, il prossimo anno si giocherà la partita che più sta cara a Renzi: la possibilità di compiere investimenti pubblici finalizzati alla crescita senza che questi vengano computati nel deficit.
Ma l’elezione al primo colpo è l’obiettivo «più ambizioso, quasi proibitivo». «Per provarci dovremmo avere un margine di 100-150 voti, in modo da sterilizzare i franchi tiratori. E dunque dovrebbe avere la certezza di avere il sì di Grillo». Ma visto che l’ex comico «è inaffidabile». E’ molto più probabile che Renzi faccia votare scheda bianca nelle prime tre votazioni, per poi tirare fuori il «nome nuovo» alla quarta. Quando basterà la maggioranza assoluta.
Prima ancora il premier e segretario del Pd dovrà incassare un altro risultato. Dovrà fare in modo che il «nome nuovo» raccolga il sì dell’intero Pd, in modo di avere la garanzia che dai 460 grandi elettori democratici non arrivino brutte sorprese. Il come, Renzi non l’ha rivelato. Ma a palazzo Chigi si parla di un candidato «gradito a tutto il partito». Non sarebbe però Romano Prodi. La candidatura dell’ex presidente della Commissione europea potrebbe saltare fuori solo «in caso di sgretolamento» del patto del Nazareno.

Il Messaggero