Colle in allarme, manovra dopo il voto

Padoan

C’è un termine che è spuntato nel colloquio tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dei giovedì scorso. Un termine che sintetizza in modo chiaro i rapporti tra Quirinale e governo. Questo aggettivo è “probabilistiche”. Per la precisione “coperture probabilistiche”. In particolare quello che sta allertando il Quirinale in questi giorni sono appunto le previsioni messe in piedi dal governo per il decreto 80 euro.

Un esempio? Il governo, nel testo, prevede un maggiore gettito dell’Iva derivante dal pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Per la precisione sono stati messi nell’articolato, come certi, introiti per circa 650 milioni. Si tratta in realtà di una previsione e non di una entrata certa. Per questo i tecnici del Tesoro sono corsi al riparo ponendo delle clausole di salvaguardia. In pratica se lo Stato non riuscirà a pagare lo stock di debiti previsti, non incasserà l’Iva immaginata e per gli italiani sarà una gragnuola di tasse in arrivo perché rincareranno le accise: dalla benzina ai tabacchi.

E il caso Iva è solo un esempio. Buona parte della manovra ha coperture previsionali, “probabilistiche” appunto. Se le probabilità non diventano certezze per il governo saran dolori e si aprono buchi da coprire. In pratica il governo ha scelto di tagliare il meno possibile, di rinviare le decisioni più dolorose e di riparlarne in sostanza dopo le elezioni europee del 25 maggio. Un’ulteriore conferma che l’operazione del taglio Irpef ha un sapore tutto elettoralistico e dunque non può affatto immaginarsi come un intervento di natura strutturale. Il presidente della Repubblica, convocando il ministro dell’Economia in maniera inusuale prima della firma del decreto (con la formula inusuale che l’incontro era per avere “chiarimenti” in merito al testo), ha chiaramente fatto sapere urbi et orbi di avere perplessità sul metodo. In pratica è un avviso di chiamata: stavolta passi, non ci sarà una prossima.

Ma il punto che sta creando vero e proprio allarme è il capitolo 2015. No, non è un capitolo della legge di stabilità, è il dossier che riguarda l’anno prossimo. L’operazione 80 euro per adesso è coperta solo per il 2014. Matteo Renzi, nelle slide diffuse dopo il varo del decreto venerdì 18 aprile, aveva fatto sapere che per ripetere l’intervento per l’anno prossimo biosgnava mettere in cantiere 14 miliardi, di cui ben 5 sarebbero arrivati dalla riduzione degli acquisti per beni e servizi. Si andrebbe incontro, in altre parole, a una brutale riduzione degli appalti della pubblica amministrazione.

Ma forse quei 14 miliardi sono solo una base di partenza. L’intervento strutturato per il 2014 costa 6,9 miliardi, il che significa che ripetuto non più per otto mesi ma per dodici, costa quasi 10 miliardi e mezzo. A cui vanno aggiunti altri due circa per finanziare anche un sollievo in busta paga, ovvero coloro che hanno un reddito sotto gli 8000 euro l’anno.

C’è poi un altro argomento. Nel decreto appena firmato dal Quirinale alcune misure sono «one shot», una tantum si direbbe. È il caso della imposta sostitutiva delle quote di Bankitalia per cui si prevendono entrate per quasi 1,8 miliardi nel 2014, soldi che non sono previsti per l’anno prossimo. In linea di massima il saldo tra misure strutturali, il cui gettito tende a salire su base annua, e quelle una tantum è negativo per circa 3 miliardi. Per i quali bisognerà comunque immaginare una copertura da trovare.

Poi c’è un argomento più delicato, che riguarda il Pil. Intanto il governo Renzi ha rivisto al ribasso le stime di crescita di tre punti decimali. Ma c’è di più, ovvero il fatto che lo stesso esecutivo ha messo nero su bianco nel Def varato due settimane fa che la revisione della spesa avrà un effetto depressivo per circa un punto decimale nell’anno in corso e di altri due punti decimali per l’anno successivo. Minor produzione significa minori entrate. Soltanto lo 0,3% di Pil in meno per quest’anno sono circa quattro miliardi in meno.

Il complesso di queste cifre lascia intravedere una manovra che si avvicina ai venti miliardi. Anzi, forse si può cominciare a considerare quella somma il primo passo sempre che non ci siano ulteriori imprevisti. Uno su tutti, il rischio che la nuova tassazione sulla banche provochi un ulteriore stretta creditizia o affoghi la mini-ripresa dei mutui che si era registrata nel primo trimestre dell’anno. Si rischia di annegare quell’accenno di crescita che s’è intravisto, i primi fili d’erba che spuntano dopo la gelata.

IL TEMPO