Clarence, tre mesi ad alta turbolenza tra incomprensioni ed equivoci tattici

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Le vittorie di solito hanno il taumaturgico effetto di oscurare problemi, incomprensioni e critiche. Oscurare però non equivale a rimuovere. Certe dinamiche a volte restano latenti, anche quando la situazione migliora. I primi tre mesi di Clarence Seedorf – che ricorrono proprio domani – sono stati sufficientemente turbolenti da creare e alimentare varie situazioni piuttosto delicate. Inizialmente è stata una questione di risultati. Fino alla sconfitta col Parma l’olandese è stato ostaggio della sua stessa filosofia tattica, troppo spregiudicata e poco adatta agli uomini a disposizione. Ma intanto hanno iniziato a farsi largo anche altri tarli. Relativi al suo modo di gestire il gruppo e di rapportarsi col club. Ad esempio la squadra ha mal sopportato l’introduzione dello psicologo, gli allenamenti interrotti innumerevoli volte per lunghe spiegazioni tattiche, o le riunioni tecniche per reparto.

Attacchi Al club invece non è piaciuto l’aver messo in cattiva luce il predecessore. Il primo attacco ad Allegri risale a un mese fa («Io uso solo la carota, il bastone è stato usato fino a quando sono arrivato io e abbiamo visto dov’era il Milan»), e in via Aldo Rossi non hanno gradito, reputandola una caduta di stile. Sabato scorso Clarence ci è ricaduto: «Robinho? Come tutta la squadra, all’inizio ha avuto un grande deficit fisico». Quasi come a voler assegnare meriti e demeriti degli stenti iniziali e del filotto dell’ultimo mese.

Convinzioni Il fatto è che Seedorf parte da una base ferrea, perché è intimamente convinto di essere al 101 per cento l’allenatore del futuro. Nonostante il dossier che lo riguarda sia finito sul tavolo di Berlusconi ad Arcore, cena a cui ha partecipato l’alta dirigenza assieme a una rappresentanza dei giocatori. E nonostante come finirà l’annata attuale, dove i miglioramenti sono evidenti (soprattutto nei risultati) ma dove Seedorf fatica ad abbandonare determinati atteggiamenti.

Cafu e Serginho Stavolta anche sulle scelte di formazione. Qualche esempio? E’ probabile che Montolivo non si senta particolarmente al centro del progetto, e la sua scarna esultanza dopo il gol al Catania parla più di mille parole; così come Pazzini non sia felice di giocare sei minuti; che Abate sia terrorizzato dall’idea di perdere il Mondiale; che De Sciglio gradirebbe giocare anche a sinistra; e che Bonera, con Abate al rientro, preferirebbe tornare al centro (cosa peraltro detta). A proposito di esterni, l’altro ieri il tecnico a fine gara ha dichiarato: «Il calcio totale all’olandese? Io preferirei Cafu e Serginho sulle fasce, ma non li ho». Non il massimo da sentirsi dire, per chi è attualmente in rosa. Senza dimenticare la questione Tassotti: pare che il (basso) grado di coinvolgimento del numero due, in questi mesi, non sia aumentato di una virgola. Il rischio è evidente: a fine stagione lui, come alcuni giocatori scontenti, potrebbero cambiare aria, impoverendo il patrimonio rossonero. O, ben che andasse, subirebbero una svalutazione. Certo, nei confronti del tecnico c’è stato il «tutoraggio» di Galliani nel ritiro romano, che ha prodotto dei miglioramenti. Forse ne servirebbero altri.

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