«Clandestini, l’Europa deve fare di più in un anno sbarchi quasi raddoppiati»

gentiloni

L’Europa s’impegni di più sull’immigrazione, con una vera condivisione di tutte le fasi, dai paesi d’origine a quelli di transito, fino alle ultime miglia e all’accoglienza. E assegni a Triton più mezzi e più risorse». Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni porrà la questione al Consiglio dei capi-diplomazia della Ue il 16 marzo. «I flussi migratori irregolari stanno proseguendo, anzi aumentano: dal primo gennaio sono arrivati in 7882, rispetto ai 4548 dello stesso periodo dell’anno scorso. Sono grato per la tempestività con la quale in risposta a una mia lettera la Commissione ha rifinanziato Triton con fondi d’emergenza e l’ha prorogata. Ma occorre di più».
Triton va spostata in avanti?
«Va rafforzata. Lasciamo stare le piccole dispute: Triton ha un obbligo di ricerca e soccorso in mare come Mare Nostrum. C’è poca differenza nel raggio d’azione fra 50 e 30 miglia dalle nostre coste, considerando che la Libia è a poco più di 200. Quei migranti che per il 90 per cento arrivano dalla Libia non sono libici, ma siriani e di altri paesi africani, che trovano in Libia un paese senza controllo, e organizzazioni criminali che generano il 10 per cento del PIL libico. Un problema non solo italiano ma europeo».
L’Italia proporrà un italiano il 13 marzo, come successore dell’inviato dell’Onu in Libia, lo spagnolo Bernardino Leon?
«Non posso commentare ipotesi future. Certo, il nostro interesse per la crisi libica è evidente».
Per intervenire è proprio necessario il mandato dell’Onu?
«Di fronte a minacce dirette siamo attivati con tutti i nostri servizi di intelligence e i nostri apparati di sicurezza e non siamo certo un paese indifeso. Del resto tutti i trattati internazionali, a cominciare dalla carta delle Nazioni Unite, consentono ai singoli paesi di difendere i propri interessi e i propri cittadini. Abbiamo espresso totale comprensione nei confronti dell’Egitto dopo la strage di cristiani copti sulla spiaggia di Sirte che si concludeva con una delle tante minacce simboliche al nostro paese. Ma l’investimento comune dev’essere in un governo di riconciliazione e unità nazionale tra tutte le forze che respingono estremismo e terrorismo. La minaccia del Daesh (Isis) contro Tobruk, Misurata e Tripoli dovrebbe indurre molti a scegliere la strada del negoziato».
Anche in vista di un’operazione di peace-keeping?
«Spetta all’Onu esprimersi. Una cosa è l’azione di lotta e contrasto al terrorismo, altra gli interventi militari. Almeno la base della soluzione dev’essere interna alla Libia. Interventi unilaterali per costringere al negoziato sarebbero velleitari. L’Italia farà per intero la sua parte, ma senza improbabili avventure».
L’Italia accetterà una spartizione della Libia?
«Non esiste che una delle parti possa occupare l’intero paese. Accettare una divisione o un conflitto permanente non solo sarebbe un errore, ma sarebbe contro i nostri interessi nazionali. Anche per questo abbiamo contribuito a sostenere istituzioni come la National Oil Company o la Banca centrale libica».
Si sente un ministro «crociato»?
«La propaganda del Daesh va in questa direzione. Si parla di crociate, di bandiere nere su San Pietro, di Roma come nemica del mondo musulmano. Noi lottiamo contro il terrorismo del Daesh, certo non contro l’Islam che anzi è oggetto di una specie di sequestro da parte di forze terroriste di varia natura, non solo del Daesh. Al linguaggio di questa lugubre propaganda contrapponiamo le armi del contrasto alla minaccia terroristica e quelle della condivisione con la comunità islamica e musulmana. Altro che crociate!».
Spostiamoci in Europa. Come giudica il piano di riforme greco?
«Un primo atto anche coraggioso che va nella direzione giusta, dovendo Tsipras fare i conti con una crisi traumatica e qualche critica interna. Da parte greca e europea mi pare si sia adottata la chiave della flessibilità politica. Interessa all’Italia che ciò si inserisca in un progressivo cambiamento della politica economica Ue che Francia e Italia, insieme ad altri paesi, stanno promuovendo nell’interesse di tutta l’Unione. Debiti e regole non si cancellano, ma il senso di marcia dell’Unione deve cambiare».
Andiamo a Est…
«Verso la Russia? Abbiamo condiviso un atteggiamento di fermezza nella Nato e nella Ue, rafforzando la sorveglianza aerea nei Paesi baltici e con le sanzioni, pur essendo l’Italia uno dei paesi che ne hanno sofferto di più. Noi con altri abbiamo però detto che questa fermezza non deve tradursi in chiusura al dialogo ma in un atteggiamento costruttivo da verificare giorno per giorno. In diversi teatri di crisi, dalla Siria alla Libia e all’Iran, la Russia è un attore da coinvolgere positivamente. È chiaro che le chiavi della soluzione sono in mano a Putin. Non possiamo accettare un conflitto congelato permanente in Ucraina».

Il Messaggero