“Ci eravamo tanto odiati”: pace forzata fra Hillary e Barack

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Prove generali di intesa tra Hillary Clinton e Barack Obama sullo sfondo dell’incontro di Martha’s Venyard, e dopo le polemiche partite dall’intervista a «The Atlantic» dell’ex segretario di Stato, che secondo le speculazioni di alcuni media si sarebbero concluse con il ricorso (mai avvenuto) di epiteti pesanti da parte dell’inquilino della Casa Bianca. A tentare il chiarimento è Clinton timorosa di essersi spinta un po’ oltre nei toni, forse travolta dalla passione elettorale. E lo fa a poche ore dall’incontro tra i due previsto a Martha’s Vineyard, proprio con l’obiettivo di levare di mezzo speculazioni reiterate giunte da alcuni organi di stampa. Hillary chiama l’inquilino della Casa Bianca spiegando che non c’è stato «nessun tentativo di attacco», riguardo a tutto quello che «lei ha detto» nell’intervista a «The Atlantic». Un suo portavoce in una nota ribadisce anzi come Clinton «sia stata orgogliosa di servire nella presidenza Obama, di essere partner del presidente nel progetto di far avanzare gli interessi e i valori americani nel mondo che cambia». La telefonata viene accolta con «apprezzamento» dal presidente, spiega la Casa Bianca che, in merito al presunto «abbraccio» caldeggiato come segno di pace dallo staff Clinton, ha risposto: «Il presidente e il segretario hanno avuto molti abbracci negli ultimi anni». Toni ben diversi da quelli di scambio di insulti rappresentati da alcuni media.

All’origine della vicenda c’è l’intervista di Hillary a «The Atlantic», in cui parlando di Siria ha definito l’opposizione di Obama ad armare i ribelli una decisione «fallimentare». Critiche ampliate anche alla dottrina del «Don’t do stupid stuff», ovvero non fare stupidaggini, adottata in senso più ampio dal presidente. «Le grandi nazioni hanno bisogno di principi organizzativi, e “non fare cose stupide” non è certo uno di questi», ha detto Clinton. Parole alle quali in realtà non è arrivata nessuna replica da parte di Obama, anzi a parlare, ma a titolo del tutto personale, è stato con un lapidario tweet solo David Axelrod: «Non fare cose stupide vuol dire ad esempio non invadere l’Iraq, scelta che allora si rivelò tragica». Nulla più. Tanto meno presunti epiteti sul tipo di «horseshit» (stronzate), che Obama avrebbe forse invece pronunciato in un tutt’altro contesto, ovvero in risposta alle critiche di un gruppo di membri del Congresso, secondo quanto riportato dal sito «Daily Beast» ma non confermato dalla Casa Bianca. Episodio che risale al 31 luglio, quando il presidente ha invitato un gruppo bypartisan di deputati e senatori, tra cui il senatore repubblicano Bob Corker membro della commissione Esteri, i quali gli avrebbero mosso critiche sulle sue decisioni relative al sostegno dei ribelli in Siria e dell’emergenza Isis in Iraq, etichettate da Obama come «horseshit». Questa la cronaca, il resto solo speculazione o gossip «in classico clima estivo», spiega Tommy Vietor, ex assistente di Obama che ha aiutato Clinton nella stesura del suo nuovo libro.

Certo le critiche tra i due non sono mancate in passato, già con la sfida elettorale del 2008, ma «di sicuro hanno più punti in comune che in contrasto», dice Ben Rhodes, vice capo National Security Advisors. Del resto il chiarimento prima dell’incontro al cocktail party del comune amico Vernon Jordan a Martha’s Vineyard, «sembra confermare – spiegano i politologi – l’intenzione di lavorare a una convergenza necessaria alla vittoria democratica del 2016».

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