Chiara, l’Ebola, la paura e la speranza: l’infermiera di Msf racconta l’emergenza

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“Ho paura di avere l’Ebola? Sì, sempre, ma avere timore ti mantiene all’erta, eviti di fare sbagli quando lavori. È normale avere paura quando ti trasformi in un’astronauta, con tuta e scafandro, per entrare nella zona ad alto rischio. Poi non pensi più, la priorità sono i malati”.

Chiara Burzio, 33 anni, infermiera piemontese da tempo nelle fila di Medici senza frontiere, è abituata alle emergenze. Per la Ong ha lavorato nelle Filippine dopo il tifone, in Afghanistan, ma questa esperienza è diversa da tutte le altre. E per lei appena tornata dall’Africa occidentale, dalla Liberia, è difficile trovare le parole. Per allontanare i timori, le paure di contagio cui tanto si parla anche in Italia dooo che in val d oasta un medico di ritorno da zone contagiate è stato messo in isolamento a Casa. Dove le regole per chi rientra da paesi dove è in corso l’epidemia sono diverse a seconda dei casi: se hanno seguito malati ma protetti vengono invitati a chiamare il medico solo se hanno sintomi , mentre se hanno curato pazienti contagiati senza protezioni vanno direttamente in quarantena in ospedale.

Adesso lei è in isolamento, in quarantena? “No. Quello che tutti noi operatori di msf facciamo per tre settimane dopo il rientro dall’Africa, periodo in cui potrebbe manifestarsi il virus, è di osservare e tenere nota di possibili febbri, mal di testa, i classici sintomi come nausea o spossatezza”.

Sono giorni di ansia? “Beh, sì, ogni volta che mi provo la febbre, almeno due volte al giorno, ci penso. L’idea, il timore del contagio è sempre presente nelle mie giornate anche se abbiamo adottato tutte le misure di prevenzione mentre lavoravamo in Liberia. Comunque per sicurezza dobbiamo stare a 4 ore da un ospedale che abbia il reparto di isolamento. E al primo accenno di febbre o altri sintomi dobbiamo chiamare il medico della nostra ong e fare il test”.

Ma lei si sente un pericolo per gli altri? “Assolutamente no, anche perché fino a quando non ci sono sintomi non si è contagiosi, e anche quando appaiono devono essere molti forti, tipo vomito o diarrea, per esserlo. Casomai devo stare attenta ai luoghi affollati per non prendermi io un raffredore da influenza che potrebbe essere scambiato per il virus”.

In Italia c’è chi ha forti timori per Ebola. “È un virus molto difficile da prendere anche perché il contagio avviene attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei, sangue, vomito, diarrea. La realtà poi qui è molto diversa dalle nazioni africane”.

Com’è la situazione?
“Drammatica, migliaia di morti. Comunità intere distrutte, famiglie spezzate, bambini rimasti orfani, senza nessuno che si prenda cura di loro. Il centro a Monrovia con 250 letti sotto le tende è il più grande e l’afflusso di malati in questi mesi è stato continuo. Chi ha la forza arriva a piedi a chiedere aiuto, ma sono tanti quelli che bussano alle nostre porte e muoiono ancor prima di essere visitati”.

Cosa fate per vincere il virus?
“Visitiamo i pazienti, facciamo i test e spesso, soprattutto con i bambini ancora piccoli, bisogna aspettare giorni prima di scoprire se sono positivi. A questo punto comincia la battaglia per farli mangiare, idratarli, dando loro anche medicine e antibiotici perché il loro corpo ricrei difese immunitarie capaci di vincere la malattia”

E voi come evitate il contagio?
“Medici, infermieri, operatori nella zona ad alto rischio dove sono ricoverati i malati contagiosi mettono tute speciali, scafandri, mascherina, occhiali che proteggono anche se tolgono molto del rapporto umano. Difficile stringere la mano attraverso due paia di guanti, quasi impossibile il contatto degli sguardi”.

In Africa la situazione migliora? “Abbiamo superato il millesimo sopravvissuto nei centri  –  in Liberia,  Guinea e Sierra Leone Msf ha visitato i 5mila pazienti, più di tremila avevano l’ebola. É già un risultato ma c’è bisogno di mezzi, di fondi. Solo le tute per proteggere gli operatori sono costosissime e vanno utilizzate e poi bruciate per evitare contagi mortali. E continuare a salvare bambini, come Daniel”.

Chi è Daniel?
“Aveva pochi mesi, era venuto al centro con la mamma. Purtroppo per lei era già troppo tardi ed è morta, ma lì accanto sotto la tenda c’era un padre che, sopravvissuto all’ebola, era rimasto al centro per occuparsi dei suoi due figli dopo che l’epidemia aveva ucciso la moglie. Giorno dopo giorno ha cominciato ad occuparsi anche del nuovo piccolo, che nel frattempo si era rivelato positivo al virus, come se fosse un altro bambino di casa sua. Ecco, tra famiglie distrutte, straziate dal contagio si sono creati legami forti per continuare a lottare e sopravvivere. Sono tante le storie positive in questa tragedia. Come il piccolo Samuel rimasto orfano dalla madre uccisa dal virus e adottato da una vicina di letto guarita dall’ebola ed il lieto fine per Daniel, guarito dal contagio”.

E i sopravvissuti?
“Una volta che si è guariti si è immunizzati ma è difficile farlo capire alle famiglie, c’è ignoranza, paura. Abbiamo scoperto casi in cui li tenevano chiusi in una stanza lasciandogli il mangiare fuori dalla porta o non li facevano proprio entrare. Invece i sopravvissuti sono fondamentali, ne abbiamo assunti nei centri, fanno da motivatori, aiutano psicologicamente i malati, la loro testimonianza, i loro consigli aiutano chi deve lottare”.

L’ultima immagine di Ebola?
“Per me è una fotografia di speranza, è il muro che abbiamo dipinto al centro. Tutti quelli che sono guariti hanno lasciato l’impronta colorata della loro mano, e sono tante, sempre di più, le piccole mani di bambini che ce l’hanno fatta a sopravvivere. Per questo voglio tornare al più presto in Africa, nonostante la paura”

LA REPUBBLICA