Caso Roberta Ragusa colpo di scena: prosciolto il marito

Roberta-Ragusa

ROMA Il «bugiardo patentato» è stato prosciolto. Smentendo ogni previsione della vigilia -e soprattutto la ricostruzione della Procura-, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Pisa, Giuseppe Laghezza, ha stabilito che per Antonio Logli non ci sarà nessun processo, che non è lui il responsabile dell’omicidio e della distruzione del cadavere di sua moglie, Roberta Ragusa.
E così Logli, 51 anni, titolare di un’agenzia di pratiche automobilistiche a San Giuliano Terme, se ne è tornato tranquillamente a casa, a metà pomeriggio, sfidando il capannello di giornalisti che lo aspettavano, muto per sette-ottocento metri nonostante la pioggia di domande, con un sorriso beffardo stampato sul viso, la stessa incredibile maschera di tutti questi trentotto mesi di indagini.
«DISTRUGGI I TELEFONINI»
Se ne è tornato a casa, in contrada Gello, via Ulisse Dini, nella stessa casa dove ha abitato con Roberta, dove l’aspettavano i suoi due figli, due ragazzi, e anche Sara, un’impiegata dell’agenzia, l’amante di allora e la compagna ufficiale di oggi, la stessa giovane donna alla quale intimò, nei giorni cruciali subito dopo la scomparsa di Roberta: «Distruggi quei due telefonini, squagliali…».
Non sono bastate le quattro diverse testimonianze su quella notte -e che notte, fra il 13 e il 14 gennaio 2012, proprio mentre la Concordia si inabissava al Giglio – che sembravano poter inchiodare Logli: il giostraio che vede lui e Roberta discutere e poi accapigliarsi in un’auto poco lontano da casa, la ex colf dei Logli che nota l’auto parcheggiata in «posizione anomala», un vigile urbano e sua moglie, due vicini, che sentono urlare in quella casa, sempre in quelle ore, urla di donna, «urla di paura, e poi una macchina che sgomma…».
Niente di tutto questo è bastato. Come non è bastato il robusto movente che pure il pm Antonio Giaconi ha offerto nella sua requisitoria: una relazione clandestina fra Logli e la sua Sara che andava avanti da anni, la moglie Roberta che lo scopre, la vita in casa che diventa presto un inferno. No, neanche questo è stato sufficiente per mandarlo almeno a processo.
Le motivazioni dell’ordinanza potrebbero arrivare anche fra due mesi, ma è già plausibile ragionarci attorno, come ha fatto il procuratore Giaconi alla fine dell’udienza. Il giudice potrebbe aver «ritenuto che, in assenza del corpo, Roberta Ragusa non sia morta». E di qui la formula di rito, «il fatto non sussiste», l’omicidio non è mai avvenuto, tanto meno la distruzione del cadavere.
LE VANE RICERCHE
E’ un’ipotesi di scuola, un criterio che per tanti anni, ha dominato la scena della giurisprudenza italiana. Anche se nelle sentenze di Cassazione più recenti, almeno quattro, è stata imboccata un’altra strada: davanti a una mole di inizi «chiari e convergenti» si è deciso di confermare condanne per omicidio anche senza il ritrovamento del corpo. E pensare che in tre anni e due mesi sono state organizzate centinaia di battute, boschi, discariche, fiumi. Migliaia di persone impegnate, tanti volontari ma anche specialisti dell’esercito e delle forze dell’ordine. E di Roberta Ragusa mai nessuna traccia .
VERSO LA CASSAZIONE
Che succederà ora? In realtà tutti i fronti restano aperti. Quello delle indagini, innanzitutto, perché lo ha promesso il procuratore Giaconi: «Noi riteniamo che Roberta Ragusa sia stata uccisa e per questo continueremo a lavorare, a indagare. Allo stato Logli continua a essere imputato, almeno fino a quando non ci sarà una sentenza definitiva». Come resta aperto anche un fronte più strettamente tecnico giudiziario perché sia la procura di Pisa sia le parti civili («Non siamo delusi, dobbiamo capire») hanno la possibilità di ricorrere in Cassazione una volta lette le motivazioni del giudice Laghezza. Ed è quasi scontato che lo faranno.

IL MESSAGGERO