Caso Regeni, governo Egitto: «Noi trasparenti, vogliamo collaborare»

Giulio-Regeni

L’Egitto «lavora con trasparenza e vuole collaborare a fondo con l’Italia: non abbiamo alcun interesse» che gli italiani abbiano dubbi e ne risentano le relazioni. E ncora: «L’Italia è un partner importante: ciò che sta accadendo è un caso isolato. Non merita questa esagerazione, anche se è una realtà da affrontare». L’identificazione e l’incriminazione dei responsabili servirà a dissipare «le nuvole, proverà che la giustizia egiziana funziona». Così il ministro degli Esteri Sameh Shoukry al quotidiano Al-Youm. Una presa di posizione che sa di tentativo di correre ai ripari, dopo che l’ultima improbabile versione fatta filtrare dalle autorità egiziana sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni (che sarebbe stato ucciso nel tentativo di sottrarsi a una banda di rapinatori specializzata in sequestri di stranieri, uccisi giovedì in un conflitto a fuoco dalle forze di sicurezza) ha sollevato un’ondata di indignazione. Ultima reazione perentoria quella del premier Matteo Renzi che nella sua enews ieri sera ha scandito: «L’Italia non si accontenterà di nessuna verità di comodo, potremo fermarci solo davanti alla verità, lo dobbiamo alla famiglia, a tutti noi e alla nostra dignità».

Egitto: noi trasparenti, vogliamo collaborare
«Certo, ci sono molti interrogativi sulle circostanze della scomparsa» di Giulio Regeni il «cui corpo è stato scoperto proprio il giorno in cui il ministro italiano per lo sviluppo economico era al Cairo con una delegazione», ha ammesso il ministro degli esteri egiziano Shoukry, ricordando come questo portò all’interruzione della missione. «Molte preoccupazioni sono seguite in ambienti italiani e certo hanno avuto un impatto negativo sul progresso e lo sviluppo delle relazioni» tra i due paesi, ha proseguito nell’intervista a Al-Youmi, ribadendo che Il Cairo «non ha nessun interesse» che «queste preoccupazioni restino e continuino ad avere un impatto» sui rapporti tra l’Egitto e Roma.

L’ultima versione sull’omicidio
Venerdì 25 marzo, una nota del ministero dell’Interno cairota ha parla del ritrovamento dei documenti di Regeni nell’abitazione della sorella del capo di una banda di rapinatori egiziani, ucciso giovedì con quattro suoi sodali in un blitz della polizia del Cairo. E di un presunto ruolo della banda nelle sevizie e nella morte di Giulio. Una versione dei fatti smentita dalla moglie e dalla sorella di Tarek Abdel Fatah, capobanda dei rapinatori, che hanno negato un legame tra Regeni e il gruppo criminale. La moglie di Tarek avrebbe detto che il borsone rosso, con alcuni effetti personali di Regeni tra cui il passaporto «era arrivato» in possesso del marito «da cinque giorni» e lui aveva detto che apparteneva a un amico. La sorella dell’uomo avrebbe riferito che la borsa era stata portata a casa dal fratello «un giorno prima della sua morte», avvenuta giovedì. Dichiarazioni che smentirebbero le informazioni diffuse in un primo momento dalla Procura generale egiziana secondo le quali le due donne avevano confermato che Regeni (scomparso al Cairo lo scorso 25 gennaio e ritrovato cadavere, con evidenti segni di tortura, il 3 febbraio) era stato ucciso nel tentativo di sottrarsi a una rapina.

I dubbi della procura di Roma
La Procura di Roma non nasconde il suo scetticismo. E intende chiarire «l’iter della scoperta dei documenti». Di questo si parlerà al vertice previsto per il 5 aprile con le forze di polizia egiziane. Il timore è che il passaggio di documenti possa, in realtà, nascondere un ennesimo depistaggio. Un modo per fornire all’Italia dei colpevoli (i banditi ormai morti) e una verità che allontani i sospetti sulle forze di sicurezza di Al-Sisi, accusate dalla associazioni dei diritti umani di compiere sequestri e torture contro i dissidenti al regime. Una sorte che, secondo ipotesi, potrebbe essere toccata allo stesso Giulio, il quale collaborava con docenti giudicati «contrari» al governo egiziano. Da segnalare che già venerdì sera il ministero dell’Interno aveva fatto una mezza marcia indietro, precisando che il ritrovamento della borsa con i documenti di Regeni nell’abitazione della sorella di Tarek Abdel Fatah non implica necessariamente un coinvolgimento del gruppo nell’assassinio del ricercatore italiano.

Fiumicello tappezzata di striscioni per la verità
Intanto Fiumicello, il piccolo centro della Bassa friulana dove vive la famiglia Regeni, è tappezzato degli striscioni gialli con la scritta nera “Verità per Giulio Regeni”. A decine sono appesi ai balconi, al municipio, all’ingresso degli esercizi commerciali, su edifici privati e pubblici. Una partecipazione notevole e sentita della comunità di Fiumicello che, a distanza di due mesi circa dalla morte del giovane ricercatore, non si affievolisce.

Il Sole 24 Ore