Caso Dell’Utri, Orlando: atteggiamento sospetto da parte del Libano

Marcello Dell'Utri

La procura generale di Beirut si prepara ad affrontare il caso Dell’Utri. E già oggi sul tavolo del pg libanese ci saranno tutti i documenti arrivati dall’Italia con la richiesta di estradizione. Non sarà un lavoro facile, tantomeno veloce. La sensazione è che i tempi si dilateranno e che, alla fine, le ragioni politiche peseranno più delle argomentazioni giuridiche. Ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si è detto ottimista sulla soluzione della querelle. Anche se non ha potuto fare a meno di evidenziare che l’atteggiamento di Beirut è quantomeno sospetto.
Il Guardasigilli, a Torino per la Fiera del libro, ha confermato di «aver avviato nei tempi più rapidi tutte le procedure previste». E, nel giorno in cui l’ex senatore di Forza Italia si dichiara «prigioniero politico» dalla clinica dove è agli arresti ospedalieri, Orlando rimane fiducioso che «tutte le azioni intraprese» dal governo italiano «andranno a buon fine». «Abbiamo fatto quanto previsto dai trattati, e anche di più – sottolinea il ministro – Lo abbiamo fatto con particolare scrupolo. E non perché si tratta di Dell’Utri, ma perché c’è un atteggiamento sospetto, rispetto al quale facciamo tutto il possibile affinché la sentenza possa avere attuazione».
IL REATO
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Il procuratore generale si prenderà tutto il tempo necessario per esaminare le carte e sciogliere i nodi del caso, a cominciare dal reato – concorso esterno in associazione mafiosa – che in Libano non esiste. Inoltre rimane in piedi, anche se con diversi dubbi giuridici, la questione della prescrizione, che a Beirut è di dieci anni. Un particolare, quest’ultimo, sul quale i legali del fondatore di Publitalia cercheranno di insistere. «Ci troviamo di fronte a un Paese instabile – ammette ancora il Guadasigilli – ma con una cultura giuridica consolidata di derivazione europea. Mi attengo a ciò che è scritto nei trattati e parto dall’attività svolta dalla procura generale di Palermo e dal ministero della Giustizia».
LA CLINICA-CELLA
Nel frattempo, il detenuto eccellente continua a risiedere nella clinica privata Al Hayat di Beirut. Ma non è un ricoverato qualsiasi. La sua stanza è nella first class al quarto piano della struttura privata, ha il numero 410, un reparto per vip, che costa più di un albergo extra lusso. Alla fine chi pagherà i costi per questa lunghissima detenzione? Lo stesso Dell’Utri, il Libano, o l’Italia, visto che è un nostro detenuto? È probabile che sarà lo stesso fondatore di Forza Italia a dover fronteggiare la spesa, in considerazione del fatto che è che come se si trattasse di una detenzione domiciliare, dunque a suo carico. Ma è solo uno degli aspetti controversi di tutta questa vicenda.
Ieri Dell’Utri ha incontrato i familiari e gli avvocati. E a chi gli ha chiesto cosa ne pensasse di quanto aveva detto Berlusconi sulla sua condanna, ha risposto: «Berlusconi è addolorato per me? Lo sono più io, lui è ai servizi sociali». Poi, la moglie ha aggiunto: «Per noi la condanna è stata una vera mazzata, ma quello che ora mi preoccupa più di ogni altra cosa, sono le condizioni di salute di mio marito». La signora risiede al Sofitel hotel Le Gabriel, un albergo a quattro stelle un po’ decentrato. Con lei c’è la figlia Margherita, che ogni giorno è dal padre per assisterlo. Oltre all’avvocato libanese con il quale stanno preparando la difesa.
«Ero un libero cittadino – ha dichiarato l’ex senatore dopo la conferma della sentenza di condanna a sette anni – avevo un regolare passaporto e potevo andare dove volevo. Quella di venerdì è stata una sentenza politica, una sentenza già scritta di un processo che mi ha perseguitato per oltre vent’anni». Un concetto che ripete anche uno dei suoi avvocati, Giuseppe Di Peri, il quale ha già annunciato il ricorso alla Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo. «È un reato che non esiste – ha spiegato – Le ragioni sono tutte politiche».

Il Messaggero