Carminati: mi facevo 10 banche al mese

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«Io schioppavo dieci banche al mese». Massimo Carminati «il re di Roma» ricostruisce il suo ruolo nella banda della Magliana in un’intercettazione del gennaio 2013 con un imprenditore. Il «pirata» rivendica quasi un ruolo di superiorità rispetto a «sti poracci» della banda, perché lui (Carminati ricorda il suo ruolo nei Nar) era impegnato in politica «che a quei tempi è diventata criminalità politica». E riferendosi ai tempi della Magliana dice: «Banda di accattoni straccioni, per carità sanguinari». Anni di piombo, Banda della Magliana, poi la sottile linea nera che si ricicla e si insinua nel mondo imprenditoriale e degli affari pubblici scatenando lo tsunami giudiziario dell’inchiesta Mondo di mezzo.
L’AMICO GIUSEPPUCCI
Carminati dice di esservi avvicinato alla banda della Magliana solo per il suo rapporto di amicizia con Franco Giuseppucci «il negro era il capo della banda della Magliana, unico vero capo che c’è mai stato, era un mio caro amico, abitava davanti casa mia. Poi quando l’hanno ammazzato ho avuto una sorta di rapporti con tutti ’sti cialtroni, ma loro vendevano la droga io la droga non l’ho mai venduta, non mi ha mai interessato, io schioppavo 10 banche al mese, poi con il fatto della politica erano proprio altri tempi».
LE STECCHE
«La polizia sulle rapine dovevi vede’ come arrivavano, se non c’erano tre o quattro volanti insieme, la prima volante che arrivava proprio tranquillo, sapevi che c’avevi un altro minuto».
A Carminati piaceva evocare aneddoti sulle «stecche» intascate dalle rapine: «Calcola pigliavamo stecche da 50-60 milioni, pensa quanto guadagnavamo rispetto ad adesso». E anche la sua familiarità con le armi: «A 14 anni avevo la pistola, una 7,65, ventimila lire la pagai…Ci andavo a scuola col vespone erano altri tempi, adesso te carcerano subito».
IL LIBANO
Rievocazione del passato anche nel maggio del 2013 in un bar nel quartiere a Vigna Stelluti, voglia di ricordare la stagione nella militanza nei gruppi dediti alla violenza politica. Carminati in quell’occasione svelò, secondo gli inquirenti, «la sua permanenza in Libano tra il 1980 e i primi mesi del 1981 al fianco di altri appartenenti ai Nar che si erano uniti alle forze falangiste cristiano-maronite che prendevano parte al conflitto tra le forze filo-israeliane e lo schieramento filo-palestinese».
LE ARMI
Carminati racconta gli schieramenti in campo e la facilità di reperire armi. «Ti compravi un M16 con 150 dollari, il più costoso era il G33 della Heckler und Koch, 250 dollari». E poi ancora, una sorta di rammarico: «Ma perché nelle zone cristiane non ci stanno più ’ste cose? È tutto ormai regolare?». Carminati ricorda il Paese: «È bellissimo il Libano, noi siamo arrivati da Cipro, l’unica strada per arrivare lì, era da Cipro ed arrivare a Jounieh».
«Voi stavate con le forze libanesi o coi falangisti?» chiede l’interlocutore. «Coi falangisti» risponde Carminati nelle intercettazioni raccolte dagli inquirenti.
LA FUGA
Nella conversazione c’è anche la ricostruzione della fase finale del periodo libanese che aveva comportato lo spostamento da Beirut fino alla parte meridionale infine l’espatrio riuscito grazie a «non meglio indicate coperture» spiegano gli inquirenti. Il Libano era diventato da tempo una delle mete preferite dagli estremisti di destra desiderosi di fare pratica d’armi.
IL POLLICE
Il «re di Roma» vuole restare tale anche dopo morto. «Tanto io mi faccio cremare, voglio lascia’ in giro soltanto un pollice, così magari dopo che sono morto fanno qualche ditata su qualche rapina, su qualche reato, così dicono che sono ancora vivo».

IL MESSAGGERO