Caos Rai, troppe cause nel 66% dei casi le perde

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C’è chi, chiamato a lavorare in Rai come programmista regista, contratto a tempo determinato, saltando da un programma all’altro, e svolgendo più mansioni, un bel giorno si stufa e decide di fare ricorso al giudice del lavoro ritrovandosi qualche tempo dopo con un contratto giornalistico e la qualifica di redattore. C’è chi, assunto a tempo indeterminato, sentendosi demansionato, fa causa per mobbing incassando qualche tempo dopo centinaia di migliaia di migliaia di euro di risarcimento. Segretarie precarie, impiegati, operatori, mezzi busti, una moltitudine di accantonati e poi rientegrati da una sentenza. La casistica è infinita: ricostruzioni di carriera, rivendicazione di una qualifica superiore, rischieste risarcitorie. Messe insieme, questa montagna di ricorsi ha prodotto negli anni un contenzioso colossale da scalare per la gioia di avvocati e studi legali. 
Basti dire che circa 1300 dipendenti su 13 mila, dunque uno su dieci, per mettere piede nella grande famiglia allargata di viale Mazzini hanno usato il grimaldello legale. A mettere il dito nella piaga è stato nei giorni scorsi il direttore generale Gubitosi ricordando che tutto questo per l’azienda ha un costo molto elevato. Abusi, mancanza di controlli, moltiplicazione degli appalti esterni per chi lavora nelle Reti, favoritismi vari retaggio della lottizzazione, hanno causato tutto questo contribuendo a mandare in rosso i conti .
Al 30 aprile 2013 la sezione di controllo della Corte dei conti ha tirato una riga e contato 2563 procedimenti pendenti. Una parte di questo malloppo è rappresentata dal contenzioso per il lavoro. Qualche esempio? Su 605 richieste di reintegro o assunzione, in 340 ce l’hanno fatta. Ed ecco che la Rai rischia di passare alla cronaca come l’azienda della cause perse. Il 66,41% dei ricorsi si conclude con una sconfitta legale. Nel 61,27% dei casi la sentenza prevede anche un congruo risarcimento danni. Colpa della Rai o colpa dei troppo i furbi?
IL VARCO

Ad aprire un varco con un accordo che fece storia furono a metà degli anni ’80 i telecineoperatori Rai. Per loro fu creata una corsìa parallela, fino al riconoscimento: giornalisti a pieno titolo (Tco) con la benedizione dell’Usigrai, il sindaco interno. Le controversie nascono soprattutto con i collaboratori dei programmi realizzati da società esterne. Per evitare la solita pioggia di ricorsi, nell’ultimo concorso bandito per rimpinguare gli organici delle sedi regionali, sono stati ammessi anche gli esterni che hanno lavorato per i vari talk show: “Porta a porta”, “Ballarò”, “La vita in diretta”. Un discorso a parte andrebbe fatto per i canali di pubblica utilità. Cciss e Isoradio. Che non è una testata giornalistica ma ha un direttore, una redazione di 22 persone, (poche in rapporto ai turni e alle necessità della radiofonia) di cui molte entrate dopo molti anni e grazie a una sentenza del giudice di lavoro. Chi controlla? 
Un grande suk viale Mazzini, dove una scrivania negli anni passati non si negava a nessuno. Capitolo a parte sono poi le spese dell’ufficio legale Inquantificabili. «Un anno fu calcolato – racconta un dirigente che non vuole farsi troppi nemici – che sarebbe stato meglio perdere le cause e tirare fuori i soldi per le transazioni che pagare gli avvocati». Numerose sono anche le controversie con le altre emittenti che rivendicano frequenze o interferiscono con le trasmissioni del servizio pubblico e le questioni attinenti al diritto d’autore e al televoto. 

Il Messaggero