Caos Pd, il premier: D’Alema rema contro

Massimo_D'Alema_ONU

In pubblico, ufficialmente, Matteo Renzi ha evitato accuratamente di replicare a Massimo D’Alema dopo gli attacchi, ha lasciato che fossero altri, non proprio di prima fila, a farlo. Con i suoi, il premier ha solo fatto la considerazione che D’Alema probabilmente è ancora incavolato per la mancata nomina europea, anche se, ha aggiunto, gli argomenti del fondatore di Italianieuropei non sono soltanto dettati da irritazione, costituiscono piuttosto un barlume di piattaforma alternativa alla leadership renziana e al Pd renziano, e come tali vanno considerati. «D’Alema sta lavorando contro di noi», è la convinzione di Renzi, secondo il quale nella attuale contesa tra Bersani e D’Alema su chi debba prendere la testa del fronte del dissenso interno, il premier individua nel secondo più che nel primo la personalità con più frecce all’arco e più possibilità di seguito. La rottamazione dei dirigenti storici della sinistra di questo ventennio è ritenuta cosa ormai conclusa, «nella base del partito non hanno più seguito», dicono al Nazareno. Tanto è vero, fanno notare i renziani che a Bologna c’erano quando D’Alema ha sferrato il suo attacco, il fondatore dei Ds quelle cose non le ha dette dal palco, non alla platea, ma dopo, quando è sceso, parlando con i giornalisti.
LE TENSIONI

Ma l’ex leader dei Ds non è tipo da darsi per vinto. Anche ieri è tornato alla carica, ha cambiato un po’ registro, è andato all’attacco ma anche in difesa, ha fatto un po’ la vittima, e dopo i «fiduciari» sono arrivati gli «energumeni». «Io ho detto quel che penso, come sono abituato a fare, ma mi hanno scatenato contro quattro energumeni su twitter». D’Alema ripropone il suo no al «partito personale». Ma un renziano della prima ora come Dario Nardella, che ha sostituito Matteo alla guida di Firenze, replica pacato: «Leadership forti fanno bene al Pd, come è stato lo stesso D’Alema in passato». Rispolvera pure la vicenda Mogherini, il fondatore dei Ds, dà la sua versione e tiene il punto: «Mi avevano chiesto loro di andare in Europa, ma poi devono avere cambiato idea». Anche Paolo Gentiloni, renziano, non ha gradito granché le valutazioni dalemiane sull’operato del governo e del premier: «Renzi ha portato la sinistra al risultato più importante dal dopoguerra, al massimo storico, è un po’ presto per giudizi liquidatori o sarcastici».
Quali i punti di attacco di una piattaforma alternativa al renzismo? Ne emergono tre, principalmente: il no ai tagli («20 miliardi di tagli alla spesa? Sarà rivolta sociale», pronostica il bersaniano Alfredo D’Attorre); la legge elettorale («ci vogliono le preferenze, Berlusconi se ne faccia una ragione», ha spronato Bersani); il partito, con l’attacco al doppio incarico (Bersani ha ventilato le dimissioni da segretario, «io al suo posto l’avrei già fatto», ha detto a Bologna). In tema partito, non pare troveranno seguito le sollecitazioni a ricostituire la segreteria che non c’è: non solo non è in cima ai pensieri di Renzi, ma se ne parlerà, probabilmente, o dopo le primarie per le regionali emiliane (ottobre), visto che ora si è aggiunto un altro sostituendo, Bonaccini, o addirittura dopo le elezioni. E comunque, nessuna direzione è stata al momento convocata. Una segreteria sotto le feste, natalizia.

Il Messaggero