Caccia all’immigrato a Roma: «Andate via o vi bruciamo tutti»

POLIZIA 1

«Andatevene, ve ne dovete andare. Se no vi diamo fuoco», le urla arrivano nel pomeriggio dal piazzale davanti al bar, a cinquanta metri dal centro di accoglienza. Quand’è sera parte il secondo attacco al palazzo dove si sono rintanati impauriti immigrati e rifugiati, un’altra notte di fiamme a Tor Sapienza, la seconda, con auto e cassonetti incendiati. La guerriglia contro gli immigrati insanguina viale Giorgio Morandi dove già tremano in un angolo le luci delle stelle di Natale. Dodici feriti, un cameramen Rai della trasmissione di Porro ”Virus” finisce al Pertini con la testa spaccata insieme a un poliziotto con un braccio rotto. Almeno dieci gli agenti contusi. La rappresaglia annunciata e temuta si scatena poco dopo le 21, una folla di una cinquantina di residenti del quartiere assedia il centro e comincia a lanciare bombe carta – una quindicina – e sampietrini, tenta di forzare il blocco della polizia in tenuta anti-sommossa che presidia il palazzo, prova anche ad aggirare lo sbarramento per entrare dalle uscite di sicurezza e colpire gli stranieri. La polizia risponde con una carica e li ferma. «Hanno colpito anche noi donne, avevamo detto ai ragazzi più scatenati: andate via, restiamo noi. E ci hanno colpito», racconta in lacrime una ragazza che era lì in mezzo. I manifestanti – in prima linea anche ragazzi incappucciati – vengono respinti anche con lacrimogeni e allontanati verso i palazzi lì di fronte. Bruciano nella notte di Tor Sapienza dieci cassonetti e due auto, una macchina della polizia viene completamente distrutta.
LE RONDE

«Volevano ammazzarci, gli immigrati sono terrorizzati, non vogliono più restare qui», la responsabile del centro gestito dalla cooperativa Il Sorriso dove sono ospitati 36 immigrati, molti dei quali minori, è sotto choc. Nel pomeriggio un bengalese di 16 anni torna lì barcollando e sviene. Appena si riprende stringe la prima mano che incontra, «mi hanno picchiato al parco, cinque italiani», e si tocca la testa. Un’ambulanza lo porta via, alle 16 di ieri. «Se usciamo fuori ci menano, se restiamo dentro ci menano. Ce ne vogliamo andare via, abbiamo paura», un etiope, 22 anni, dice di essere fuggito dal suo paese per cercare pace, «ho trovato il casino».
«Qui non li vogliamo, meglio se vanno via da soli altrimenti li cacciamo con la forza. Non siamo razzisti e nemmeno fascisti, solo che non ne possiamo più». Chi vive in quell’anello di cemento senza respiro, le case Ater di via Morandi, e nelle strade intorno si accanisce contro l’unico bersaglio fisso, il centro di accoglienza. Da domenica si fanno le ronde, ogni notte in cinquanta, dopo l’aggressione di una giovane mamma al parco. E ieri pomeriggio erano di nuovo lì davanti al centro per rifugiati, un centinaio, un sit-in con gli striscioni: «Basta violenze», «Basta furti», «Basta immigrati incivili». Pensionati, mamme, nonne, ragazzi con le felpe, urlano finché non perdono la voce. Davanti all’ingresso gli agenti con gli scudi e un blindato. «Bruciamo tutti i negri, duce! duce!», arrivano anche queste voci dalla strada. «Siamo accerchiati dagli immigrati, dal campo rom di via Salviati, dai romeni che occupano la chiesa sconsacrata e dai maghrebini che hanno preso le case». E racconta la gente stanca di via Morandi della donna aggredita al parco, dell’anziano picchiato per pochi euro, delle bande che entrano nei portoni e rubano, delle donne scippate dalle borse della spesa. «La cosa non finisce qui, li manderemo via come hanno fatto a Corcolle. Ci saranno altre guerriglie, se serve». Così è stato.

Il Messaggero