Caccia a Hayat, la ricercata numero uno a Istanbul ha lasciato le impronte digitali

Hayat-Boumeddiene

La donna «più ricercata di Francia» s’è ben presto rivelata la più ricercata dell’Europa intera, e alla fine della Siria in guerra. La polizia francese si è cosi giocata proprio su Hayat Boumeddiene -26 anni, algerina- una bella fetta della credibilità che le rimaneva. Non solo perché andarla a riprendere laggiù ormai è impossibile, ma perché tutto sta a dimostrare che ha lasciato la Francia almeno una settimana prima della strage di Charlie Hebdo.
Ha fornito le sue impronte digitali all’aeroporto di Istanbul il 2 gennaio scorso, appena arrivata nella capitale turca con un volo proveniente da Madrid. Aveva al fianco un cittadino francese come lei, Mehdy Sabry Belhducine, 23 anni, e con Mehdy è partita verso il Sud Est. I servizi di Istanbul non sono stati colti alla sprovvista: hanno seguito diligentemente le mosse della coppia fino a segnalarla a un posto di confine con la Siria, nel villaggio di Akcakale. Da lì, Hayat e il suo accompagnatore sono svaniti nel nulla. Era l’8 gennaio, ventiquattr’ore dopo la carneficina di rue Nicolas Appert. Il ministro dell’Interno turco, Efkin Ala, a chi gli chiedeva di più ha rivelato: «Abbiamo condiviso tutte queste informazioni con i francesi. Non ci hanno fatto sapere niente».
LA PISTOLA TOKAREV

In quelle stesse ore Amedy Couilibaly, il compagno di Hayat, l’uomo sposato quattro anni fa con una cerimonia religiosa, stava aprendo il fuoco contro un podista a Nord di Parigi, con la stessa pistola automatica Tokarev poi ritrovata doppo l’altra strage, al supermercato kosher. Sempre in quelle stesse ore il suo Coulibaly stava progettando l’assalto a un asilo ebraico per fortuna mai realizzato, e avrebbe atteso solo la mattina dopo per uccidere a un incrocio, a Montrouge, un giovane vigilessa. Se un ruolo Hayat l’ha avuto -e potrebbe davvero averlo avuto scorrendo questi ultimi anni della sua vita- l’ha giocato da lontano quindi, tessendo chissà quali contatti monitorando chissà quali posizioni. Ma arrivando a lei, ritengono gli investigatori, si potrebbe arrivare davvero alla regìa di questi giorni dell’orrore.
È piuttosto incredibile che si sia riuscita a lasciare la Francia. Con un uomo al fianco come Coulibaly, condannato e recidivo, lei stessa conosciuta dalla polizia fin dal giorno in cui la interrogarono e lei si rifiutò di condannare gli attacchi degli estremisti islamici («Gli innocenti sono quelli uccisi dagli americani»)e anche per la montagna di messaggi telefonici -più di cinquecento- scambiati nel solo 2014 con la moglie di uno dei Kouachi, Said. Ma è fuggita, lei e suoi misteri. Venuta su in una famiglia di Villiers-sur-Marne (Val-de-Marne), con altri sei fratelli in casa, almeno fino all’incontro con Coulibaly deve aver condotto un’esistenza normale. A un certo punto s’è trovata perfino a lavorare da commessa in un negozio kosher e certe prime foto con il suo futuro marito la ritraggono addirittura in bikini.
L’INCONTRO CON L’IMAM

Poi la brusca virata. Lascia il negozio kosher e indossa il niqab, il velo integrale. Siamo nel 2009, nelle foto con Amedy posa ormai tutta coperta e vestita di nero, a testimoniare il suo avvenuto passaggio nelle fila dell’integralismo. Vive ormai a Bagneux, a sud di Parigi, nella regione dell’Île-de-France, fino all’incontro che avrebbe probabilmente cambiato la sua vita e quella del suo compagno. L’incontro con Djamel Beghal, un anno fa, un francese di origini algerine figura chiave di Al Qaeda, condannato nel 2005 per terrorismo e proselitismo e legato a Abu Hamsa, il noto predicatore della moschea londinese di Finsbury condannato pochi giorni fa all’ergastolo negli Stati uniti.

Il Messaggero