«Buzzi lo conoscevamo tutti» Il tormento del Pd romano

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Fuori o dentro? «Se il Pd continua così – sussurra una voce – finiamo tutti dentro». La questione non sarebbe penitenziaria (ma visti i tempi i discorsi si confondono) e riguarda invece il luogo dove tenere l’assembleona dei dem romani sotto choc: dentro la sala Elsa Morante del Laurentino 38 – ma è troppo piccola per la troppa folla – o nel cortile? Matteo Orfini, il commissario del partito sale sul palco e decide: «Fuori!». Fuori si gela, ma l’atmosfera politica è calda assai. Sta andando in scena all’aperto l’auto-processo del Pd romano e (un po’) l’auto-assoluzione del medesimo.
Tutti gli oratori – da Zingaretti, a Marino, a Orfini – gridano «stop allo schifo delle tessere comprate» ma la teoria di qualche eventuale «mela marcia» nel partito è quella dominante «mentre il sistema mafioso riguarda la destra di Alemanno». Eppure, nella folla, c’è il presidente del Pd romano, Lionello Cosentino, quello che Renzi ha fatto dimettere appena ha letto le intercettazioni in cui Buzzi dice che portava voti congressuali a lui, che tutti omaggiano e vanno a salutare con affetto. «Lionello – gli dice un gentiluomo come il senatore Tocci, abbracciandolo – ormai sei un militante semplice, e io verrò con te a fare volantinaggio a Monte Mario». O ancora, vanno da lui e gli dicono: «Lione’, non possiamo arrenderci all’ignominia. Dobbiamo reagire e dire a Orfini come si gestisce il partito».
Dal palco, a Cosentino, lo ringrazia Orfini e tutti – in questo partito sospeso tra rabbia (un po’), orgoglio (tanto: «Siamo puliti e faremo ancora maggiore pulizia»), contrizione («Forza Pignatone») e perfino buonumore (ancora Lione’: «Io non perdo il mio buonumore») – non hanno la risposta pronta a quella contestatrice grillina che s’è intrufolata e grida: «Voi siete al potere da trent’anni, e non avete visto tutta la schifezza?». Un ex assessore, in questa scena da auto-processo e auto-assoluzione ”en plein air” tra i palazzoni del degrado periferico, confida a cuore aperto: «Anche i bambini si erano accorti quanto Buzzi, e molti di noi lo conoscevano bene, stava crescendo nel suo potere e nei suoi affari. E come stava crescendo malamente».
I SANTINI

Ora, però, qui, è il santino del «sindaco gentiluomo» Luigi Petroselli quello che viene sventolato a inizio assemblea. Se ci fosse a portata di mano una foto di Enrico Berlinguer, verrebbe issata quella. Sotto il palco invece c’è (non in effigie) il presidente romano dei dem, Tommaso Giuntella (a sua volta finito nelle intercettazioni in cui Buzzi dice che porterà i voti anche a lui), il quale si diverte a farsi i selfie. E c’è tanta voglia di pulizia, anche se «i ladri veri sono gli altri», al punto che l’opera di ricostruzione morale e organizzativa del partito è stata affidata – così annuncia Orfini dal palco – all’ex ministro Fabrizio Barca. Ogni tanto, da un piccolo gruppo di abitanti del quartiere venuti a protestare e mescolati ai dem, si alza un grido: «Fuori la mafia dallo Stato». E Orfini dal palco: «Noi proprio questo stiamo facendo». Quando un’altra voce accusa Marino di far parte del vecchio sistema di potere, lui sgrana gli occhi come a dire: «Ma chi, io?». Lui che è appena arrivato, ed è estraneo alle logiche scoperchiate dai giudici. Qui Sant’Ignazio è il simbolo della discontinuità e della purezza e quelli che lo volevano cacciare appena qualche settimana fa adesso lo acclamano come l’ultima spiaggia. Lui si gode il momento: «Qualcuno, nel nostro partito, ha sbagliato ma l’impianto criminale è nato nella destra di Alemanno». C’è il deputato romanissimo Angelo Marroni, e alle sue spalle volano sussurri come questo: «Lui riempiva Roma di manifesti elettorali e molti di noi non avevano niente». C’è a sorpresa, sbucato da Marte e in mezzo a presidenti e consiglieri di municipio e ad altri eletti, Piero Badaloni, ex presidente regionale e sembra che non gli sia passato un anno: accarezza la bandiera del Pd, mesto come sempre ma più di sempre. Marino invita a parlare dal palco un contestatore del Laurentino («Non vogliamo l’autostrada Roma-Latina che taglierebbe in due il nostro quartiere») e i suoi sodali da sotto insistono: «Pd mafia!». Il che, naturalmente, è un’esagerazione. Specie in presenza di una (almeno parziale) auto-assoluzione.

Il Messaggero