Brazuca e gli altri, i nomi dei palloni Mondiali

Massimo Persotti

“Il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticato che è gonfio d’aria”, sagge le parole di Giovanni Trapattoni. Ma il business del calcio nulla dà per scontato e anche il pallone segue le regole del mercato. Ogni Mondiale ha il suo pallone, a partire da caratteristiche tecniche sempre diverse.

In Sudafrica, quattro anni fa, il pallone zigzagava troppo? Problema superato (sembra) con la riduzione a sei pannelli di cuio. Non solo. In Brasile, si gioca con il pallone dei record: perchè è il più colorato di sempre, il più testato (valutato da oltre 600 calciatori e 30 team di 10 differenti nazioni) e il più social della storia visto che ha addirittura un proprio account Twitter. E può non avere un suo nome? Certamente no. Ecco allora Brazuca, termine colloquiale che vuol dire ‘brasiliano’ usato soprattutto tra coloro che vivono all’estero, acclamato da una votazione pubblica dal 70% dei brasiliani (ben distanti, Bossa Nova con il 14.6% e Carnevalesca, appena 7.6% preferenze raccolte).

In realtà, l’uso del nome per il pallone dei Mondiali nasce con l’avvento della multinazionale tedesca, Adidas, che dal 1970 viene incaricata di realizzare e distribuire le magiche sfere. Da allora, la magica sfera può fregiarsi di una denominazione doc, spesso neppure troppo conosciuta dagli amanti del calcio, ma comunque capace di dare una rappresentazione particolare di un fenomeno così popolare.

Il ‘glossario pallonaro’ si apre con Telstar, siamo a Messico 1970,fusione delle due parole Television e Star. Era la prima volta dell’evento in mondovisione, capace di entrare in diretta tv nelle case dei tifosi ovunque nel mondo. Un fatto storico immortalato anche dal nome del pallone. Da quel momento in poi, è una successione, anche un po’ improbabile, di nomi. Ordinario ‘Chile’ per Germania 1974, in memoria del pallone usato nel mondiale giocato nel paese sudamericano dodici anni prima. Scontato ‘Tango’ per Argentina 1978, ma evidentemente vincente visto che lo stesso nome è stato confermato quattro anni dopo in Spagna.

Si passa poi a scelte che giocano con stereotipi della tradizione storica: ‘Azteca’ per Messico 1986 e ‘Etrusco’ per Italia 1990. Per poi avventurarsi in oscure contrazioni come in Usa 1994 con ‘Questra’ (che sta per “The quest for the stars”, un riconoscimento alle conquiste spaziali statunitensi).

La parentesi banale di Francia 1998, ‘Tricolore’, apre le porte a soluzioni più cerebrali. Per Corea e Giappone 2002 viene scelto ‘Fevernova’ (fusione di fever, la febbre calcistica che provoca i Mondiali, e nova, come le stelle molto luminose di durata però assai breve). Quattro anni dopo, in Germania, è la volta di ‘Teamgeist’, lo ‘spirito di squadra’, la caratteristica principale che una squadra deve avere per diventare Campione del Mondo. Quantomai azzeccato, visto il dolce ricordo per noi italiani, trionfatori a Berlino probabilmente non con la squadra più forte ma senza dubbio con un ‘Teamgeist’ eccezionale.

E arriviamo a Sudafrica 2010, forse il primo nome di pallone che tutti ricordano, buffo ma anche molto evocativo: ‘Jabulani’, cioè festeggiare, con un disegno che richiama lo stadio della finale e l’uso di 11 colori perchè 11 sono i calciatori di una squadra ma 11 sono anche le lingue ufficiali del Sudafrica. Bello, evocativo, ma supercriticato per le micidiali traiettorie che spinse il pur prudente Gigi Buffon a etichettarlo come “indecente”.

E allora, per Brasile 2014, si cambia. Nuovo pallone addirittura messo alla prova dagli stessi calciatori, nome scelto dagli stessi brasiliani e addirittura un video-promo ‘I am brazuca’ con protagonisti, tra gli altri, Xavi, Neuer e Messi. Basterà a rendere Brazuca un nome immortale?