Bossetti: «Ecco perché c’era il mio dna su Yara» E chiede di rifare il test

Massimo Bossetti

BERGAMO Preoccupato per un’immagine che, giura, «non rappresenta quello che sono veramente». Scosso dall’accusa di un omicidio che, ripete, non ha commesso. Sollecito nel fornire varie versioni per tentare di smontare il vero caposaldo dell’accusa, il suo dna sul corpo della ginnasta di Brembate. Nelle tre ore trascorse davanti al pm, Massimo Giuseppe Bossetti non si è risparmiato: «Ha risposto a tutte le domande. In cella legge i giornali e guarda la televisione, c’erano diversi punti che desiderava chiarire», afferma il suo avvocato Silvio Gazzetti. E alla fine la sostanza non cambia: «Non sono stato io a uccidere Yara – ripete al magistrato – Non cerco scorciatoie, voglio uscire di prigione dimostrando la mia innocenza».
LE TRACCE EMATICHE
Dopo essersi sottratto per due volte alle domande del pm Letizia Ruggeri, questa volta Bossetti ha chiesto di essere interrogato. La sua deposizione è durata tre ore, durante le quali ha dipinto se stesso come un uomo dedito alla famiglia e al lavoro, senza grilli per la testa, e ha proposto ipotesi alternative alla prova che secondo gli investigatori lo inchioderebbe come l’assassino di Yara. «Non so come mai il mio dna sia stato trovato sui suoi vestiti, io non la conoscevo nemmeno. Ma le posso spiegare come possa essere finito lì», dice al magistrato. Racconta del furto degli attrezzi di lavoro subito e denunciato due anni prima della morte della ragazzina, di come li tenesse incustoditi nel cassone del suo furgone Iveco Daily, del fatto che chiunque, nella confusione di un cantiere, possa scambiare un taglierino. Insomma, se anche la lama affilata è stata la sua, non lo era certo la mano che la impugnava. E l’epistassi di cui soffre frequentemente giustificherebbe il suo sangue mischiato con quello della ginnasta di Brembate. 
LE LAMPADE ABBRONZANTI
Quel che è certo, aggiungono i suoi avvocati, è che sarà ripetuto l’esame del materiale genetico repertato sui leggins di Yara per verificare che effettivamente appartenga a Bossetti. Il muratore di Mapello è apparso soprattutto preoccupato per ciò che ha letto in questi giorni: «Io non sono così. A me interessano solo mia moglie, i miei figli e il mio lavoro. Tutto il resto sono solo chiacchiere». A turbarlo sono le voci che lo dipingono come frequentatore di un locale in cui si balla musica latino americana: «Non ci ho mai messo piede», ha detto. Le sue uniche uscite, ribadisce, sono con la famiglia, come il pranzo di sabato 14 giugno per festeggiare la cresima del figlio, le vacanze sempre con Marita e i loro tre ragazzi. Una delle questioni sulle quali si dilunga con la pm è soprattutto quella delle lampade abbronzanti. Nell’interrogatorio davanti al gip è la domanda che lo ha fatto cadere in contraddizione: «Ho frequentato il salone in passato, non ci vado più da tempo», ha spiegato. Ma gli inquirenti sapevano dalla titolare che si presentava almeno una volta alla settimana. «Non ho una doppia vita. Non volevo mentire, semplicemente non mi sembrava un dettaglio importante da riferire», corregge ora il tiro con il magistrato.
IL TELEFONO ACCESO
Atro chiarimento importante riguarda il suo cellulare, secondo gli inquirenti spento dalle 17,45 del pomeriggio del 26 novembre in cui scomparve Yara alle 7,32 del mattino successivo. «Non era spento – si difende il manovale – Quando sono tornato a casa non funzionava bene, la batteria era quasi esaurita perciò l’ho messo in carica e l’ho lasciato lì. Fino alla mattina dopo non ho fatto nè ricevuto chiamate». Bossetti dice di non ricordare cosa ha fatto quella sera per il semplice motivo che la sua vita era sempre la stessa: «Sono un uomo meticoloso. Lavoro, porto i mie figli alle attività sportive, il sabato accompagno mia moglie a fare la spesa». Un giorno dopo l’altro, l’esistenza che scorreva senza scosse. Fino al 16 giugno, quando è stato fermato dai carabinieri. «Ma sono innocente. Lo giuro sui miei figli e lo dimostrerò».

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