Sapete com’è andata: tre gol (a zero) per la Juve, che ne poteva fare di più. Aggiungiamo l’espulsione di Lamela e così diamo l’ultima pennellata al quadro. Roma fuori dalla Coppa Italia alla seconda partita. Era già fuori dall’Europa League al primo turno. Stagione andata a farsi benedire? Non ancora, calma. C’è il campionato e un terzo posto a portata di punti e proprio la medaglia di bronzo rimane adesso la carta da giocare.
Dopo Catania e dopo il Cesena, partite in cui avevamo osservato due partite diversissime tra loro, aspettavamo la gara con la Juve per capirci qualcosa di più. Le premesse per fare bene c’erano: Juve con parecchi giocatori fuori, condizione della Roma ottima, ambiente caricato, elogi da parte degli avversari. Insomma, il clima ideale. Poi però ha preso il via l’incontro e si è visto che Conte è furbo, bravo, attento a ciò che succede in casa sua e in casa d’altri. Difesa a tre, fasce presidiate con grande attenzione, centrocampo rafforzato numericamente, due sole punte: Del Piero e Borriello.
Con due attaccanti non puoi andare a pressare e già da questa scelta si poteva capire che razza di gara intendesse proporre Conte: d’attesa, altro che andiamo tutti all’attacco e si vede chi è il più forte. Conte ha fatto come Malesani tanto tempo fa e come Montella recentemente: volete attaccare? Ecco, fatelo pure, è casa vostra.
La Roma ha avuto il campo che voleva, sino alla trequarti, dove si è alzato il fortino bianconero. A quel punto i giallorossi attaccavano, ma non trovando spazi lo facevano a due all’ora e tirando solo da fuori. La Juve giocava come il gatto con il topo e al primo lancio ha trovato Giaccherini solo davanti al portiere: diagonale e gol. Il raddoppio si deve a quel fenomeno di Del Piero, ancora capace di mettere la palla dove vuole.
Nel secondo tempo, qualche cambio di Luis (Borini, Perrotta e Greco per Bojan, Totti e Simplicio), ma partita segnata. Lamela ha scalciato da terra Chiellini e si è preso il rosso. Undici caricati da una parte, dieci demotivati dall’altra: poteva finire malissimo. Il tre si deve a Kjaer e a Stekelenburg, che hanno deciso di mettere la palla in porta.
Passo indietro? Ovvio. Se doveva essere la partita della verità, ne prendiamo atto. La Roma riesce a esprimersi bene quando trova subito il gol. Allora si scatena, gli avversari si aprono e ci divertiamo da matti. In caso contrario, nascono i problemi. Questo il limite emerso. Che non è psicologico, ma tattico. Superabile con il lavoro, comunque. Indietro non si può tornare. Per cui Luis deve insistere e migliorare il gioco, aumentando la velocità, facendo crescere l’autostima dei giocatori, nella testa dei quali potrebbero ora sorgere dubbi. Altre strade non si vedono. Che la Juventus sia più forte, in fin dei conti ci sta. Si sperava in una gara diversa, più combattuta, invece la gara non s’è vista proprio. Si riparta da questo punto: che cosa si può fare quando l’avversario si chiude e il gol non arriva?
Pagelle non ne faccio. Tutti bocciati e a casa. Due parole su Lamela. Va trattato in modo diverso. Non va elogiato perché fa un numero a partita. Non gli va dato il Pallone d’oro per un colpo di tacco. Non è così che si aiutano i giovani. Quando la pressione sale, saltano i nervi. Come è capitato.
Alcune scelte di Luis Enrique non mi hanno convinto, a cominciare da Kjaer, ma la Roma non ha perso perché ha giocato Bojan e non ha giocato Borini. Di Luis, semmai, ci preoccupa la risata nervosa e forzata dedicata ai microfoni della Rai. Che c’era da ridere? Questa è una brutta serata.


