Beirut rinvia l’udienza Dell’Utri resta in cella «Qui mi trattano bene»

Marcello Dell'Utri

IL CASO
ROMA Salta l’udienza a Beirut per convalidare l’arresto di Marcello Dell’Utri. Che resta in isolamento, senza giornali e tv, nel fortino dell’Intelligence della polizia libanese. E non è per lui una cattiva notizia. Il procuratore generale della Cassazione locale, Samir Hammud, ha chiesto all’Italia l’incartamento dell’estradizione (tuttora in viaggio). «Su quello deciderò, non sull’arresto», dice. «Non ho nemmeno l’obbligo di vedere il detenuto per un’udienza». L’alto magistrato intende «visionare il dossier giudiziario per incrociarlo con i risultati delle indagini che il Libano sta conducendo, e decidere se i reati imputati siano confermati e implichino l’estradizione o no». Quindi si allungano i tempi, la rapidità dell’arresto non significa che l’ex senatore nonché fondatore di Forza Italia riapparirà presto a Fiumicino sotto scorta dell’Interpol. Tutt’altro. Nelle prossime ore è atteso a Beirut un funzionario del ministero della Giustizia italiano. È cominciato il braccio di ferro.

LA FAMIGLIA
Ieri, intanto, Dell’Utri ha incontrato la famiglia. La moglie Miranda e il figlio Marco gli hanno portato un po’ di sapore di casa dopo il fermo di sabato all’Hotel Phoenicia. Miranda vive ormai a Santo Domingo, lo ha raggiunto da New York. Con loro sono arrivati i generi di conforto considerati essenziali dal prigioniero: farmaci e libri. Anzi, libri e farmaci. Letture edificanti come il “De Tranquillitate Animi” di Seneca, che ha scandito e accompagnato la sua vicenda giudiziaria e un primo assaggio di 21 giorni di carcere a Ivrea nel 1995. Dell’Utri gioca a Beirut le ultime mosse della sua annosa partita a scacchi con le Procure. Occupa quello che viene descritto come un appartamentino speciale. Un quarto d’ora è durato l’incontro coi familiari, tanto gli è bastato per far sapere che è «trattato bene» e per trasmettere il suo buon umore fatalista. Il giorno fatidico entro il quale la richiesta di estradizione va presentata a Beirut è l’11 maggio, 30 giorni dopo l’arresto provvisorio. La valutazione passerà per la procura generale e per il ministero della giustizia, ma l’ultima parola dovrà dirla il consiglio dei ministri libanese. E Dell’Utri potrebbe contare su qualche amicizia di peso, anche se l’ufficio stampa del presidente del Partito delle Falangi libanesi Amin Gemayel ha seccamente liquidato ieri la voce rimbalzata dai media italiani di Dell’Utri in missione per conto di Putin e Berlusconi a sostegno della sua campagna elettorale.

L’INCHIESTA
Intanto procedono le verifiche da parte della procura di Palermo per capire quale fosse il disegno che ha portato l’ex senatore a Beirut. Un compito non semplice tanto più che al momento la sua «fuga», sempre smentita, non configura neppure un reato. Sebbene si sia mosso con un biglietto comprato a proprio nome e viaggiando con il figlio Marco al fianco, Marcello Dell’Utri aveva preso qualche minima precauzione: la prenotazione al Phoenicia era protetta da «privacy», la stessa che si usa per vip e autorità, ed è anche possibile che avesse scelto l’albergo per intavolare da lì qualche trattativa. All’interno dell’albergo, gli investigatori dell’Interpol e della Dia di Roma e Palermo hanno rintracciato una fonte decisiva. Ma a metterli sulle tracce del senatore è stata la strana assenza del figlio, Marco, dall’Italia. Partito col padre e rintracciato mentre era ancora a Beirut.

IL MESSAGGERO