Beautiful Icardi

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All’inferno andateci voi. Che poi era come dire: vacci anche tu, Maxi. Andateci tutti, soprattutto quelli che pensavano che me la sarei fatta sotto. Io non me la faccio sotto: voi fischiatemi ogni volta che tocco palla, vomitate insulti, datemi dell’uomo di m…, voi fate boati per Maxi Lopez, chiedetegli di segnare per voi, e io segno. Segno io, non lui. Mauro Icardi era lì, sotto la gradinata che un tempo lo aveva adorato e ieri non smetteva di rovesciargli addosso fiumi di rancore e di veleno e parlava così, con gli occhi e i gesti delle mani: tanto gli si può dire, ma non che sia uno che ha paura delle conseguenze di quello che fa .

Uccidetelo Icardi non ebbe paura di considerare la Samp il passato fin dal primo giorno in cui l’Inter lo cercò; non ha avuto paura di prendersi la donna di un amico (?), di scrivere 140 caratteri su Twitter ogni volta che gli è andato e su qualunque cosa, di farsi fotografare in qualunque momento e in qualunque posa, anche seminudo e forse ancora meno paura di andare a sfidare chi, sul campo e sugli spalti, per questo lo aveva considerato un nemico. A Genova gli avevano promesso l’inferno, ma il fuoco lo ha acceso lui dopo 13’, con un gol da centravanti e un’esultanza da guappo, tutta huevos e niente razionalità. A costo di prendere un giallo, fare arrabbiare Mazzarri, trasformare Marassi in un’arena dove la gente urlava «uccidetelo» e a Costa in panchina dev’essere venuta voglia di farlo davvero, perché hanno dovuto tenerlo in tre o quattro mentre continuava a urlargli «figlio di p…» con le vene del collo ingrossate , tanto che in serata si è sentito di chiedere scusa.

Su, su, fatemi sentire Icardi se n’è fregato di tutto quello che stava succedendo e sarebbe potuto succedere, si è avvicinato il più possibile a quella gradinata, così vicino da poter guardare i tifosi fin dentro agli occhi, ha messo una mano sull’orecchio come per sentire meglio e per due volte ha usato l’altra per chiedere alla gradinata Samp di alzare la voce: su, su, adesso rifatemi sentire i vostri insulti, che tanto oggi vinco io. E se hanno chiamato questa partita la partita di Wanda Nara, la partita dell’innamorato e del tradito, io vinco anche questa, mica solo quella per sposarmela .
Niente mano Aveva cominciato a vincere, Icardi, nel tunnel che porta al prato del Ferraris: mai lo sguardo basso, nessuna paura di incrociare quello degli ex compagni e neanche di Maxi Lopez, con la lucida follia di chi sa far finta che uno non esista, di fregarsene che esista. Aveva cominciato a vincere porgendo la mano a Maxi Lopez al momento dei saluti prepartita – ed era stato l’altro a rifiutarla «chiamando» il boato di Marassi – e poi sghignazzando con Palacio in campo prima del calcio d’inizio, come se nel suo vocabolario la parola tensione non esistesse. Ha cominciato a vincere quando per rispondere al suo 1-0 Maxi Lopez si è preso un rigore che avrebbe dovuto calciare Eder e se lo è fatto parare da Handanovic. Perché forse era davvero meno sereno di lui, come in fondo dev’essere dal giorno in cui sua moglie è diventata la donna di Mauro e niente è stato più come prima. E tutto è diventato un romanzo senza fine .

L’appello del sacerdote Quando poi ha segnato il 3-0 e ha potuto esultare solo per gioia e non per rivincita, andando incontro ai suoi tifosi e non contro quelli della Samp, Icardi aveva già stravinto la sua partita. Magari non quella del fair play, e se Mazzarri gli ha dato uno scappellotto («Gli avevamo detto che avrebbe dovuto evitare gesti inopportuni») il vice allenatore della Samp, Nenad Sakic, gli avrebbe dato volentieri un ceffone, a nome di tutti: «Non credo proprio che Icardi abbia vinto la sfida contro Maxi Lopez, anzi penso l’esatto contrario: l’ha persa e il suo comportamento non mi va giù, perché ha mancato nei confronti di questa società e dei suoi tifosi, che lo hanno fatto crescere e avrebbero meritato un rispetto che lui non ha mostrato per niente». A nome di Genova, invece, ha scritto una lettera a Icardi e all’Inter un sacerdote, don Valentino, per invitarlo a chiedere scusa ai tifosi blucerchiati .

Genova, che bello Ma di sicuro Icardi aveva stravinto la partita dei centravanti e pure degli attributi, tanto da potersene andare da Marassi dettando parole di un candore perfino beffardo: «Giocare di nuovo a Genova è stato molto bello: non c’entrano i fischi, tornare dove ho iniziato mi ha fatto piacere». Anche dare a Palacio quel che è di Palacio: «Il secondo gol è suo, anche se la palla era un po’ lunga, quindi ho dovuto fermarla e ho calciato pensando “Vediamo cosa succede”». E’ successo che ha fatto gol di nuovo, alla faccia della pubalgia, «che mi ha fatto soffrire e mi fa soffrire ancora, e per questo non mi aspettavo di tornare così». Invece è tornato, al suo ruolo di killer del gol e ieri sera fra le braccia di Wanda, twittando solo: «A casa, cena in famiglia e a letto presto». Ci crediamo?

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