Bancomat, si è adeguato solo il 20%

POS BANCOMAT

ROMA È un obbligo ma non prevede sanzioni. E infatti il risultato è che non c’è alcuna corsa. La contraddizione che caratterizza il lancio del Pos per professionisti ed imprese (che da ieri sono tenuti ad accettare pagamenti elettronici per importi superiori ai 30 euro) emerge dai primi riscontri sul mercato. Sono solo 700 mila, su un totale di 3,5 milioni, i soggetti che hanno installato lo strumento grazie al quale si possono accettare bancomat, carte di credito e di debito. In pratica, solo il 20% di coloro i quali sono chiamati per legge ad adeguarsi si è messo in regola. Il che vuol dire che su una potenziale platea di 5 milioni di contribuenti, in Italia i Pos in funzione (nel calcolo è compresa una quota di 1,5 milioni in funzione già da tempo) sono appena 2,2 milioni. Si tratta di un’operazione che negli intenti che ha il duplice obiettivo di semplificare la vita dei consumatori ma anche di contribuire alla lotta all’evasione. Ma per ora la cosa non decolla.
NOVITÀ NON INATTESA
E dire che la riforma non è piombata affatto in maniera imprevista. Ad introdurre la novità, infatti, è stato il decreto “crescita bis” del 2012 che inizialmente aveva stabilito che l’obbligo scattasse dal primo gennaio di quest’anno. Ma poi una proroga di sei mesi (con l’obbligo entrato in vigore solo per i soggetti che fatturavano più di 200 mila euro l’anno) aveva offerto a commercianti, artigiani, imprese e studi professionali il tempo per organizzarsi.
«In pochi lo faranno» sospirano dalle parti di Confesercenti. Dove spiegano che sono soprattutto i piccoli esercenti e i commercianti al dettaglio quelli che si terranno alla larga dal Pos. In particolare per questione di costi. Ci vogliono fino a 1.500 euro per il costo medio di gestione e gli esercizi marginali, nei quali raramente si spendono più di 30 euro, temono di rimetterci. Ad esempio, un tabaccaio che vende il bollo auto per 300 euro ha un margine dell’1%. Che viene mangiato e ampiamente superato dalla commissione chiesta dalla banca. Confesercenti ribadisce che un’applicazione inflessibile della legge costerebbe 5 miliardi l’anno per le imprese tra oneri di esercizio e commissioni e parla di innovazione «che rischia anche di essere inutile» visto che «il 70% degli italiani non ha intenzione di cambiare le proprie abitudini di pagamento».
LE ABITUDINI DEGLI ITALIANI
Una rilevazione dell’istituto centrale delle banche popolari, in effetti, attesta che solo il 15% dei consumi delle famiglie avviene attraverso i pagamenti elettronici. Se le cose stanno davvero così, occorrerà rassegnarsi. Nella pratica quotidiana i clienti potranno chiedere di pagare attraverso la moneta elettronica ma, in caso di risposta negativa, non avranno armi per denunciare la mancanza del professionista al quale si sono rivolti. Inoltre nessun problema, per gli allergici al Pos, sembra in arrivo dal fisco. Le voci secondo le quali l’Agenzia delle Entrate, al momento di operare i controlli nei negozi, comincerà proprio da loro viene seccamente smentita dagli uomini del fisco.
In queste ore, peraltro, le voci di sostegno politico al Pos sono state nettamente sovrastate dalle proteste. «Pagamenti con bancomat, una vergogna assoluta» ha liquidato la faccenda Beppe Grillo su Facebook. Mentre da Forza Italia, il responsabile dei rapporti con le professioni Andrea Mandelli ha parlato di «buona intenzione lasciata a metà» suggerendo di alzare l’obbligo dei pagamenti on line sopra i 30 euro. Secondo Giovanni Toti, consigliere politico di Silvio Berlusconi, il metodo Pos è «una tassa occulta e un regalo alle banche». Sulla stessa lunghezza d’onda il coordinatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto secondo il quale la moneta elettronica «non sarà accettabile fino a quando comporterà un costo superiore sia per i commercianti che per i clienti e finchè si rivelerà esclusivamente un vantaggio per le banche o per lo Stato».
L’IPOTESI DI UN TAVOLO
L’apertura di un tavolo di confronto, sul fronte sindacale, è stata invece suggerita ieri da Confcommercio. «Siamo certamente favorevoli a una modernizzazione del sistema dei pagamenti in Italia – si legge in una nota – purché questo processo avvenga tenendo conto delle esigenze di tutti i soggetti interessati e soprattutto non si traduca unicamente in nuovi e pesanti oneri. Obbligare le imprese all’accettazione del sistema di pagamento elettronico senza intervenire in modo adeguato sulla ridefinizione delle commissioni bancarie e degli oneri legati all’accettazione della moneta elettronica significa penalizzare ulteriormente quel tessuto produttivo già pesantemente provato dal perdurare della recessione economica».

IL MESSAGGERO