Auto blu, palazzo Chigi taglia gli altri ministeri ancora no

auto blu

Escludiamo subito l’annuncite da questo caso. Il fatto è chiaro e di portata ben diversa: a 140 giorni dal varo in consiglio dei ministri del Dcpm (Decreto della presidenza del consiglio dei ministri) che prevedeva l’eliminazione delle auto blu per sottosegretari e capi dipartimento, la norma non è ancora apparsa sulla Gazzetta Ufficiale.
E così, anche se i telegiornali del 18 aprile (annuncio di Renzi) e del 24 aprile (Consiglio dei ministri) annunciavano che sarebbero rimaste solo 5 auto di Stato per ogni ministero, e che sottosegretari e capidipartimento sarebbero stati appiedati, la latitanza del Dcpm fantasma a causato un classico pasticcio all’italiana. Col passar dei mesi, infatti, si è fatalmente formato un governo di serie A (con auto blu) che convive, non senza qualche malumore, con uno di serie B (appiedato).
APPIEDATI
Il primo esecutivo Renzi è composto da sottosegretari (e capidipartimento) che in mancanza di un pezzo di carta scritto continuano a sgommare – legittimamente – con l’auto di Stato. Il secondo governo Renzi, malmostosamente più sobrio, è composto dai sottosegretari (e capidipartimento) allineati e coperti alle disposizioni del premier che già da maggio-giugno hanno dato l’addio alla beneamata Lancia Delta multijet color carta da zucchero e al suo autista. Costoro, quando devono uscire per servizio, chiedono se c’è una macchina a disposizione. E se non la trovano disponibile s’arrangiano.
Impossibile quantificare con esattezza quale dei due governi sia composto dal maggior numero di membri. A naso si direbbe quello ancora aggrappato alle auto blu. Perlomeno i ministeri che hanno fatto sapere d’essersi adeguati (più o meno) all’ukaze di aprile di Renzi sono sostanzialmente quattro: il Tesoro e i tre senza portafoglio (Regioni, Riforme e Pubblica Amministrazione) che del resto sono ospiti di Palazzo Chigi e le cui auto blu si possono contare dalle finestre delle stanze del premier.
Per la verità al Tesoro non hanno ridotto a 5 le auto blu, come previsto dal Dcpm fantasma, ma le hanno dimezzate da 24 a 12. L’auto di Stato è invece proprio sparita – tranne che peril ministro – per i tre ministeri senza portafoglio i cui sottosegretari e i più alti burocrati sono già appiedati. O, meglio, usano auto proprie e ci scherzano su come il sottosegretario alla funzione pubblica, Angelo Rughetti, che il 12 giugno ha twittato una splendida foto della sua citycar di colore blu indicandola come la sua auto di servizio.
Già, ma in tutto questo che fine ha fatto il Dpcm anti auto blu? Il Tesoro ha apportato alcune modifiche tecniche al testo che si è tenuto fine alla fine di luglio per il ”concerto” previsto dalla legge. Ma poi il Decreto è finito in qualche stanza di Palazzo Chigi e li giace in attesa di ulteriori correzioni.
IL FALDONE
Quali? Non è dato sapere. Probabilmente il faldone, complice il generale agosto, è stato sommerso da mille altre grane di bel altra portata o è stato stritolato dal confuso rimpallo fra i vari uffici che contraddistingue la frenetica gestione renziana del Palazzo.
Per fortuna che il gran soufflé delle auto blu, pur assicurando il pane ai giornalisti da un paio di generazioni, si sta sgonfiando da solo. Sulla base di disposizioni che risalgono alla terrificante estate 2011 delle cinque manovre del governo Berlusconi, poi accentuate da quello Monti e rilanciate dall’esecutivo Letta, l’auto blu sta diventando una rarità. Uno status symbol vero, destinato alle cariche davvero apicali.
Il calo va avanti a tappe forzate. Lo scorso gennaio nei ministeri e nelle altre amministrazioni centrali se ne contavano 1.482 scese ad agosto a quota 1.277. In tutte le amministrazione pubbliche, dalle Asl alle Università, a gennaio se ne contavano quasi 6.300 prosciugate sotto quota 5.600 ad agosto. Paradossalmente (per i ritmi renziani) se si va avanti così il Dcpm rischia il fuori tempo massimo.

Il Messaggero