Atac, via al maxi-piano degli esuberi

ATAC

IL CASO
Dall’ufficio, alla strada. Così comincia la cura dimagrante di Atac che trasferirà 323 amministrativi dalla scrivania, sugli autobus. Chi non accetterà sarà licenziato, come prevede la 223 citata nella lettera inviata ai dipendenti, che racchiude le norme in materia di cassa integrazione, mobilità e disoccupazione. Un altro migliaio di esuberi sarebbe allo studio, anche se su questo aspetto nessuno in azienda conferma. Ma ciò che rimbomba tra i corridoi del Campidoglio, di cui si è parlato ieri durante il Cda che ha rimandato per l’ennesima volta l’approvazione del bilancio, è la decisione di tagliare almeno la metà dei dirigenti rimasti, altri 40, che nelle prossime settimane saranno contattati per monetizzare il loro addio all’azienda. La scrematura punta a ridurre il monte stipendi che oggi pesa sulle casse di Atac per 45 milioni di euro pagati ogni mese agli 11.613 dipendenti (di cui 1.627 amministrativi), contributi compresi. Degli impiegati in esubero 312 saranno pescati da Atac Spa, altri 3 da Officine grandi riparazioni e 8 da Atac Patrimonio. Numeri che non saranno sicuramente sufficienti a salvare l’azienda dal tracollo.

LE DUE STRADE
Restano aperte due possibilità. La prima è che il Comune, dopo l’approvazione del decreto Salva Roma, trovi le risorse per l’azienda, almeno 300 milioni subito. Altrimenti ci sarebbe un’altra possibilità, smentita ieri in Cda dall’assessore Guido Improta, ma non così remota, assicurano da ambienti Pd: l’amministrazione straordinaria, meglio conosciuta come «legge Marzano», che contiene misure per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza. L’impresa, ovvero Danilo Broggi, potrebbe chiedere al ministro delle attività produttive l’ammissione alla procedura tramite ristrutturazione economica e finanziaria (i requisiti ci sono), presentando la dichiarazione dello stato di insolvenza al tribunale. In questo modo verrebbero affidati al commissario straordinario la gestione e l’amministrazione dei beni di Atac. Una conseguenza disastrosa per le banche che vantano crediti e interessi milionari e per gli altri creditori che dovranno trattare per riavere cifre sicuramente inferiori. Ma un’azienda così ripulita, pensa qualcuno, diventerebbe un piatto appetibile per i privati.

LE REAZIONI
«Le lettere parlano di mobilità di 323 dipendenti. Troveremo sicuramente il modo di confrontarci», spiegano Marco Capparelli della Cgil e Gianluca Donati della Cisl. Rassicuranti, secondo i sindacati, le dichiarazioni di Improta, che ha garantito: «non voglio licenziare nessuno». Non solo. «Ho bisogno di maggiore controllo sui bus e vigilanza nelle stazioni della metro – ha aggiunto l’assessore – All’azienda conviene che queste persone possano svolgere attività diverse dal mero lavoro amministrativo. Il decreto Salva Roma prefigura anche una mobilità interaziendale, cioè che da Atac possono essere integrati in altre aziende. Io mi accontenterei che queste persone accettassero di cambiare lavoro rimanendo in Atac». Improta, inoltre, ha tenuto a ribadire che, in questa prima fase, «Atac non può essere privatizzata». Sarebbe a dire che prima ci dovrà essere un ridimensionamento dell’azienda con il riordino dei conti e del bilancio che chiuderà con un notevole dissesto finanziario (circa 180 milioni), e poi potranno entrare capitali privati.

IL MESSAGGERO