Asse Renzi-Hollande: l’Economia al Pse

RENZI

Dopo una lunga conference-call, Matteo Renzi, Francois Hollande e gli altri leader socialisti europei si sono limitati a dettare una frase sibillina: «La scelta delle persone deve tener conto della presenza di social-democratici nelle sfide essenziali». Poche parole che nel gergo della diplomazia, a tre giorni dal Consiglio europeo straordinario di mercoledì chiamato a decidere le nomine per il nuovo governo continentale, possono dire tutto e niente. Ma che nella sostanza rappresentano un’Opa del Partito socialista sulla casella strategica degli Affari economici. Quella da cui nella nuova Commissione verrà applicata con convinzione, o con riluttanza, la regola della flessibilità introdotta dal vertice di fine giugno. Regola, come hanno dimostrato le ultime sortite dei falchi del rigore del Nord Europa, che può essere facilmente disattesa. 
IL RUOLO CHIAVE

La prova che la partita è estremamente delicata arriva dalle parole di Sandro Gozi, braccio destro di Renzi sul fronte europeo: «Le regole del Patto di stabilità vanno applicate totalmente. Questo vuol dire sfruttare più margini e clausole di flessibilità che sono lì per accompagnare e incoraggiare le riforme strutturali nazionali». Insomma, senza un ministro dell’Economia “amico” e convinto sostenitore della flessibilità, la battaglia condotta da Renzi e Hollande al Consiglio europeo di giugno potrebbe impantanarsi nella discrezionalità arcigna degli alfieri del rigore di bilancio. Rigore che a giudizio del premier italiano e del vertice del Partito socialista europeo (Pse) ha finora frenato la crescita e la ripresa dell’occupazione.
Da qui l’offensiva che ha preso corpo e sostanza nella conference-call. Da Pontassieve, in collegamento telefonico con gli altri leader socialisti e con il consigliere diplomatico Armando Varricchio, Renzi ha concordato con Hollande la decisione di puntare per la poltrona di commissario agli Affari economici su Pierre Moscovici. L’ex ministro francese è considerato da Renzi «in sintonia con le idee italiane». Ed è preferito al socialista olandese Jeron Dijsselbloem, considerato «troppo rigorista» e «troppo amico» di Berlino. Poi, in un’ottica di fronte comune dei Paesi mediterranei, il premier italiano ha deciso di benedire la nomina a capo dell’Eurogruppo (altra poltrona strategica) del popolare spagnolo Luis De Guindos, «anche se finora troppo timido rispetto alla necessità di maggiore flessibilità».
Nessuna novità, invece, riguardo al prestigioso incarico di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Il ministro degli Esteri Federica Mogherini era data in pole position venerdì. Ed è stata confermata «praticamente certa» ieri. «Quella poltrona in base agli accordi spetta al Pse e il Pse ha stabilito che deve andare all’Italia», dicono a palazzo Chigi, «anche perché l’Italia è pienamente dentro alla partita, in modo forte e autorevole, grazie ai risultati elettorali che fanno del Pd il primo partito continentale con 11 milioni di voti e 31 eurodeputati».
L’accordo complessivo però è ancora da costruire. L’unica cosa certa è l’elezione domani nell’Europarlamento del popolare Jean Claude Juncker a presidente della Commissione. Ma fino alla cena di mercoledì a Bruxelles, proseguiranno i contatti e le trattative. Con una novità che sembra fare il gioco dei socialisti per impedire che qualche alfiere del rigore, come l’olandese Mark Rutte, diventi presidente del Consiglio europeo: i Paesi dell’Est e in particolare gli ex Stati baltici, rivendicano «una compensazione». E chiedono, appunto, la presidenza del Consiglio europeo. Ebbene, grazie al gioco degli incastri e al fatto che i voti dei liberali sono indispensabili per l’elezione di Juncker, quell’incarico potrebbe andare all’ex premier estone Andrus Ansip.
Appena varato il nuovo governo europeo, Renzi farà scattare l’offensiva per ottenere «due novità in nome della crescita». La prima sarà lo scorporo delle spese per investimenti (agenda digitale, innovazione, ricerca, istruzione) dal computo del deficit. Impresa tutt’altro che semplice. La seconda sarà la riduzione al minimo del co-finanziamento nazionale dei fondi europei. Attualmente per ogni euro che arriva da Bruxelles, l’Italia deve aggiungerne un altro. L’obiettivo è quello di ridurre il co-finanziamento al 10-20 per cento. Traduzione: 36 o 32 miliardi in più a disposizione fino al 2019.

Il Messaggero