Articolo 18, Renzi incassa il sì del Pd: ora uniti alle Camere La sinistra si spacca

Expo: Renzi, condannati per corruzione esclusi per sempre

Quando a notte fatta Matteo Renzi ottiene con 130 sì, 20 no e 11 astensioni – cioè l’86 per cento – l’approvazione della sua relazione sulla riforma del lavoro alla Direzione dem, il confronto al Nazareno tra maggioranza e minoranza del Pd è già andato in scena anche con punte di particolare asprezza negli interventi di D’Alema, Bersani e Fassina che hanno criticato nel merito e nel metodo la linea del segretario. Ma il premier, impegnato nella scommessa sul Jobs act, non arretra di un centimetro dalle posizioni espresse nei tre quarti d’ora del suo intervento centrato sul superamento del «tabù» dell’articolo 18. E nel corso del quale, pur dicendosi disponibile a una formale ripresa del confronto, ha lanciato una sfida alle confederazioni sindacali – in particolare alla Cgil – che durante la giornata di ieri hanno discusso a lungo per trovare una posizione unitaria da opporre ai progetti del governo. All’opposizione interna Renzi offre un’estensione delle tutele di quello che resterà dell’articolo 18 prevedendo il reintegro, oltre che nei casi di licenziamento discriminatorio anche per quello disciplinare. E, infine, l’avvertimento – in linea con altre sue affermazioni sul primato della politica – condensato in un aut aut: «A noi la scelta: o crediamo nella politica e quindi in una politica che decide, oppure ci affideremo per sempre al predominio della tecnocrazia. Saranno altri a dirci cosa fare. Da Bruxelles, dagli editoriali dei giornali, dalle università, dai club, dai salotti».
Affrontando il controverso tema dell’art. 18, il leader del Pd ha sostenuto che «il rispetto del diritto costituzionale non è nell’avere o no l’articolo 18, ma nell’avere lavoro. Se il riferimento costituzionale fosse l’articolo 18, perché allora – si è chiesto – per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con più o meno di 15 dipendenti? E perché i sindacati e i partiti non l’hanno applicato ai propri dipendenti?». Di qui l’invito a superare «alcuni tabù che ci hanno caratterizzato in questi anni e andare a una profonda riorganizzazione del mercato del lavoro e del sistema del welfare». Il tutto nell’ambito di una riforma che Renzi – rivolto soprattutto a Cuperlo, Civati e Fassina – rivendica «essere di sinistra. Non lascio ad altri l’esclusiva di questa parola, se la sinistra serve a difendere i lavoratori e non i totem, serve a difendere il futuro e non il passato, serve a difendere tutti, non qualcuno già garantito». A questo punto l’apertura sull’estensione del reintegro legato all’articolo 18 ai casi di licenziamento disciplinare. Concessione andata di pari passo con la ”sfida“ ai sindacati: «Sono pronto – ha detto il premier – a riaprire la sala verde di palazzo Chigi per confrontarmi la settimana prossima con Cgil, Cisl e Uil. Li sfido su tre punti: legge della rappresentanza sindacale, salario minimo, collegamento con la contrattazione di secondo livello».
Di nuovo sulla dialettica interna, che con gli esponenti della minoranza avrebbe assunto toni insolitamente aspri, Renzi ha affermato: «Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che, certo, discute e si divide, ma poi decide e all’esterno è tutto insieme. Questa per me è la ditta». Non risparmiando una stoccata trasparentemente diretta a D’Alema: «C’era chi voleva solo che in Europa si facesse una trattativa sui posti, per sistemarsi». Alla fine, dopo la replica di Renzi, il voto a larga maggioranza sull’ordine del giorno che prevede il reintegro solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari. Voto che sancisce insieme al fallimento della mediazione tentata fino all’ultimo dal vicesegretario Lorenzo Guerini, la spaccatura della sinistra interna tra quanti votano no e chi, a vario titolo, si astiene.
In conclusione, nel partito posizioni distanti e stati d’animo inaspriti come non mai dall’inizio dell’era Renzi. Ma ora la consegna è che «da oggi tutti dovranno adeguarsi». In Parlamento.

Il Messaggero