Art. 18Indennizzo da 4 a 26 mesi conta la dimensione dell’azienda

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Nel calcolo dell’indennizzo per il lavoratore licenziato illegittimamente per motivi economici conterà anche la dimensione aziendale, oltre all’anzianità di servizio. A questo fine le imprese saranno divise in tre fasce: fino a 15 dipendenti; da 16 a 200 dipendenti; dai 201 in poi. È questa una delle novità del decreto di attuazione del Jobs act relativo al contratto a tutele crescenti che sarà varato domani dal Consiglio dei ministri. Il testo è ormai a buon punto (ieri il ministro Poletti ne ha parlato con Renzi durante un incontro alla sede del Pd), anche se tra oggi e domani continueranno i contatti con le forze politiche della maggioranza per sciogliere gli ultimissimi nodi. Per il provvedimento di riforma dell’Aspi (disoccupazione) c’è ancora un problema di risorse.
LE SOGLIE

Con il contratto a tutele crescenti, come è noto, per tutti i neoassunti cambierà la normativa sul recesso individuale finora regolata dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La tutela reale (reintegro sul posto di lavoro) resterà solo per i licenziamenti discriminatori e nulli, e per alcune fattispecie di quelli disciplinari. Per i licenziamenti per motivi economici il reintegro non sarà mai più possibile, ma scatterà – se il provvedimento è illegittimo – un indennizzo che sarà crescente in base all’anzianità aziendale. Al decreto spetta definire sia la soglia minima, sia il tetto massimo, sia la gradualità dell’incremento. Per le piccole imprese fino a 15 dipendenti non cambia nulla rispetto all’attuale normativa (indennizzo compreso tra 2,5-6 mensilità). La base di partenza nelle altre due fasce dovrebbe invece essere 4 mensilità con un tetto massimo di 26 (fonti governative parlano ancora di un range tra 24 e 28).
Per la gradualità dell’incremento è determinante la dimensione aziendale: nelle imprese medie, tra 16 e 200 dipendenti, l’indennizzo aumenterà di 2 mensilità ogni anno di anzianità aziendale; in quelle più grandi, con oltre 200 dipendenti, l’indennizzo sarà pari a 4 mensilità ogni anno di servizio. In tutti scaglioni nulla spetterà al lavoratore se verrà licenziato durante il periodo di prova. Uno dei nodi da sciogliere però riguarda la durata della prova: c’è chi spinge affinché il decreto fissi un periodo di prova fino a 9/12 mesi.
L’OPZIONE SUPER-INDENNIZZO

Per i licenziamenti disciplinari il reintegro spetterà in tutti i casi in cui «il fatto materiale non sussiste». Nel testo finale del decreto dovrebbe entrare anche l’opzione super-indennizzo per l’impresa, ovvero la facoltà di non reintegrare il lavoratore che ha visto riconoscere le sue ragioni dal giudice, dandogli in cambio un risarcimento maggiore. Le forze centriste della maggioranza continuano a premere molto per questa soluzione. «Al netto delle discriminazioni, il rapporto di lavoro deve sempre potersi risolvere anche attraverso un adeguato indennizzo in assenza di giusta causa o di giustificato motivo. Dirimente è il superamento di ogni forma di garantismo del posto di lavoro a prescindere, perché costituisce un pesante fattore di inibizione per le nuove assunzioni» ribadisce il presidente dei senatori di Area popolare Ncd-Udc, Maurizio Sacconi. Ma la minoranza Pd è contraria.
Prevista anche una conciliazione standard (per evitare il contenzioso legale sia nel caso di licenziamento economico che disciplinare): in questo caso al lavoratore spetterà 1 mese ogni anno di servizio fino a un massimo di 18 mensilità. Le somme saranno esentasse.
Intanto, uno studio dell’Istat, sfata uno dei luoghi comuni spesso evocati dalle imprese: non è vero che il costo del lavoro in Italia è uno dei più alti in Europa. Anzi. Siamo sotto la media dell’eurozona. La retribuzione lorda per ora lavorata in Italia è pari a 19,9 euro, contro una media di 21,2. Se aggiungiamo anche i contributi il costo del lavoro in Italia sale 27,5 euro a ora, contro una media di 28,4. In Danimarca, Belgio, Irlanda, Olanda, Germania e Francia, tra salari contributi e tasse, i lavoratori costano di più.

Il Messaggero