Arrestato Ricucci, i Pm: giro di false fatture da 1 milione. “Soldi e donne a magistrato”

153404035-514f5dfc-7034-408d-95f1-2c1c65a54d00

ROMA – Un decennio dopo le vicende dei “furbetti del quartierino”, Stefano Ricucci torna a far parlare di sé: l’imprenditore romano è stato arrestato stamane dai finanzieri del Comando provinciale della guardia di finanza di Roma, insieme a Mirko Coppola, per un giro di false fatturazioni che svela incroci tra il livello imprenditoriale e quello della giustizia.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma, per i reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, su richiesta della procura dopo indagini svolte dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Roma. Secondo gli inquirenti, le fatture false, per importi complessivamente superiori al milione di euro, sarebbero state, per Ricucci, lo strumento per ottenere un’ingente liquidità finanziaria. Nell’ambito dell’operazione Easy Judgement, ci sarebbero altri dieci indagati.

L’indagine – spiegano gli investigatori – si inserisce in un più ampio contesto investigativo relativo al fallimento di una delle società del Gruppo Magiste, riconducibile all’immobiliarista. Gli inquirenti hanno posto l’attenzione sull’acquisto, effettuato da Filippo Bono, commercialista di Milano, di alcune posizioni creditorie vantate da società apparentemente terze nei confronti della società fallita che sono state poi rivendute nuovamente a Ricucci. In questo contesto, Mirko Coppola avrebbe messo in contatto il commercialista milanese con l’immobiliarista. Tra le posizioni creditorie acquisite vi è un credito Iva pari ad oltre 20 milioni di euro, vantato dalla Magiste Real Estate Property spa nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, in attesa di rimborso in quanto oggetto di contenzioso in Cassazione.

Infatti, la sentenza di secondo grado, favorevole alla società ricorrente, è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate che sostiene l’indetraibilità dell’Iva poiché relativa a una fraudolenta compravendita immobiliare effettuata tra due società riconducibili a Ricucci.

Dalle indagini delle Fiamme Gialle sono emersi elementi di anomalie circa la regolarità del contenzioso tributario in relazione alle motivazioni della sentenza di secondo grado che rappresenta, in buona parte, una sorta di “copia e incolla” delle memorie del contribuente, riproducendone i contenuti e addirittura gli errori di battitura.

Particolarmente significativo – per chi indaga – è il fatto che l’accordo per l’acquisizione del credito fiscale sia intervenuto nel febbraio 2015, epoca compresa tra la data della camera di consiglio (dicembre 2014) e la data del deposito della sentenza (aprile 2015), quando la decisione era di fatto già stata assunta ma non conoscibile alle parti in causa.

Le anomalie portate alla luce da Finanza e Procura hanno consentito di confermare l’interesse di Ricucci a rientrare in possesso degli asset immobiliari e dei crediti nell’ambito dalla procedura fallimentare; di acquisire elementi che proverebbero una conoscenza diretta tra lo stesso immobiliarista e il magistrato Nicola Russo, giudice relatore della sentenza di secondo grado che ha annullato la pretesa fiscale dell’Erario; e di rilevare contatti telefonici, nel periodo compreso tra la data della decisione e quello dell’emanazione della sentenza, tra lo stesso Russo e Liberato Lo Conte, ritenuto un soggetto riferibile all’immobiliarista. Nell’ambito degli accertamenti, emergono poi fatture per operazioni inesistenti tra la Lekythos srl, amministrata da Ricucci, e la PDC Consulting srl, riconducibile a Coppola e formalmente amministrata da un suo prestanome, Luciano Colavecchi.

Dettagli “piccanti” vengono poi a galla in relazione al reato di rivelazione del segreto d’ufficio per la comunicazione allo stesso Ricucci del provvedimento che gli dava ragione nel contenzioso con le Entrate, prima che questo venisse depositato. Secondo gli inquirenti, “è altamente probabile” che il giudice Nicola Russo, magistrato indagato e relatore della Commissione Tributaria Regionale del Lazio, “sia stato indebitamente retribuito da Stefano Ricucci in cambio della indebita rivelazione e/o anche dello sviamento della decisione in favore della società del gruppo Magiste. Depongono in tale senso: l’acquisizione di una ingente somma in contanti da parte di Ricucci nel periodo della decisione, gli acquisti di un’auto e di un immobile effettuati da Russo immediatamente dopo la sentenza, la presentazione da parte di Ricucci del Russo e di una donna presso l’hotel Valadier dove i due hanno soggiornato senza essere registrati e pagando in contanti con fattura emessa a nome di una altra persona e lo smodato tenore di vita di Russo”. La procura aveva per questi motivi sollecitato per Russo l’applicazione della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio della professione, ma il gip Gaspare Sturzo non è stato dello stesso avviso e ha rigettato la richiesta cautelare per insufficienza degli indizi, così come non ha creduto alla sussistenza di una ipotesi corruttiva perchè le indagini non hanno provato l’esistenza di pagamenti effettuati dall’immobiliarista al magistrato.

Esponente di spicco della nuova finanza italiana, era stato arrestato perché, per i pm Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli, sussistevano i pericoli di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato in relazione alla collocazione delle sue quote del pacchetto azionario Rcs.

Con l’immobiliarista, accolto a Regina Coeli dai detenuti al grido “dacce i soldi”, furono arrestati, ma per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio, anche un militare della finanza, il brigadiere Luigi Leccese, un ex colonnello dell’esercito, Vincenzo Tavano, e l’imprenditore Tommaso Di Lernia. Tutti sono in libertà.

‘Inventore’ di frasi celebri (una su tutte quella, intercettata, sui ‘furbetti del quartierino’ che poi gli si ritorcerà contro), marito di una bellezza italiana come Anna Falchi (dal quale si è separato nel 2007, due anni dopo le nozze), salito alla ribalta della cronaca per il temerario tentativo di scalata a Rcs, Ricucci è diventato famoso come immobiliarista, ma ha cominciato la sua vita lavorativa da odontotecnico.

Diplomato all’Istituto George Eastman, infatti, Ricucci lavora a Zagarolo e a Roma nello studio dentistico di un suo compagno di scuola. Negli anni ’80 si mette in proprio, e arrivano i primi guai: viene denunciato per esercizio abusivo della professione.

Nello stesso periodo avvia la carriera da immobiliarista: grazie a un prestito, costruisce un centro commerciale su un terreno di famiglia a San Cesareo e dalla vendita ottiene il capitale iniziale per avviare il suo impero immobiliare, sempre basato sul meccanismo dell’acquisto e rivendita di terreni e immobili.

Ricucci controlla il suo gruppo con la lussemburghese Magiste International, che arriva a possedere immobili per 500 milioni di euro. Grazie all’intesa con il finanziere bresciano Emilio Gnutti, nel 2001 entra nel capitale di Hopa e, sempre grazie a Gnutti, conosce diversi imprenditori e banchieri, tra cui Gianpiero Fiorani.

A fine 2003 supera il 2% del capitale di Rcs, società editrice del Corriere della Sera. Nel maggio 2005 arriva a controllarne il 13.5%: il tentativo di scalata monopolizza l’attenzione dei media per tutta l’estate di quell’anno.

In piena ‘Bancopoli’, il gip Clementina Forleo sequestra tutte le azioni Antonveneta acquistate da Fiorani, Ricucci e altri. Il 19 gennaio 2007 viene decretato dal Tribunale di Roma il fallimento per

la Magiste International (è pendente in Cassazione il ricorso per la revoca). Per la scalata Bnl-Unipol, però, Ricucci, viene assolto dalla Cassazione nel 2013 in quanto il fatto non sussiste. Oggi opera nell’edilizia soprattutto nel real-estate di lusso tra Londra e Montecarlo.

Fonte: La Repubblica