Arrestata la madre del piccolo Loris «Omicidio crudele» Ma lei nega ancora

LORIS: UN BUCO DI 15 MINUTI NEL RACCONTO DI VERONICA

I detenuti del carcere di Catania, dove è arrivata ieri sera, l’hanno già condannata. «Assassina, devi morire». Ma c’e scommettere che Veronica Panarello, la mamma di Loris, si difenderà fino all’ultima goccia di energia, quando sarà il momento, per scrollarsi di dosso l’accusa che le viene mossa: aver ucciso suo figlio, sabato 29 novembre, «mediante azione di strangolamento», agendo «con sorprendente cinismo». Un omicidio realizzato con l’aggravante della crudeltà. Ha già quattordici ore di interrogatorio alle spalle, questa giovane donna, e ha mostrato di cosa è capace. Lunedì sera, quando è arrivata per la prima volta in Procura a Ragusa, ha tenuto in scacco per un bel po’ il procuratore Petralia e il sostituto Rota, facendo capire che si sarebbe avvalsa della classica «facoltà di non rispondere». Poi è venuta a patti, almeno all’apparenza, e sono arrivati i suoi legali a darle man forte. Ma la sostanza non è cambiata: continuava a dire «io collaboro», «non l’ho ucciso io», «Loris è il mio bambino», ma senza aggiungere nulla, proprio nulla a quello che già si sapeva. Senza entrare nel merito di neanche una delle contestazioni che i magistrati puntualmente le muovevano.
«L’ho accompagnato a scuola», continuava a ripetere nonostante le sue parole «confliggono palesemente con i video», come è scritto nel decreto che ha portato al fermo. Le avranno chiesto anche del Mulino vecchio, dove il corpo di Loris è stato ritrovato e dove, guarda caso, lei andava «a prendere l’acqua da bambina». Ma neanche qui, niente. Avranno insistito su quelle strane fascette che per forza ha voluto riconsegnare alle maestre della scuola – lo stesso tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato, e gli sarebbero stati legati i polsi – e ancora niente.
LA TATTICA
Deve aver ripetuto la stessa tattica ieri mattina, quando alle undici è iniziato il secondo interrogatorio dei pm. Li ha trascinati fino alle quattro del pomeriggio,fra un pianto e l’altro, senza scostarsi di un millimetro dalla versione iniziale. Solo per consentire al suo avvocato, Francesco Villardita, di radunare i giornalisti all’uscita e di pronunciare la sua prima arringa: «Da quei video non si riconosce nessuno, Veronica sta dicendo la verità».
E’ uscita dalla Questura poco dopo le quattro. C’era una piccola folla che l’aspettava, per gridarle «vergogna» e per applaudire Carabinieri e Polizia. Il giudice per le indagini preliminari dovrà ora decidere sulla convalida del fermo, entro domani. Intanto Veronica è in isolamento e non può neanche leggere i giornali e guardare la tv. Se solo lo potesse dovrebbe rendersi conto che non solo il paese ma anche la famiglia Stival, la famiglia del marito Davide – e con loro la mammma Carmela e la sorella Antonella – l’hanno già scaricata, non le credono più.
IL PADRE DISPERATO
In successione si son presentati davanti ai microfoni, ieri mattina, prima Jessica Stival, la sorella di Davide, la zia di Loris, poi tutti gli altri. Parole di Jessica: «Chiunque sia stato deve morire». Parole di Pina, la nonna: «Non c’è perdono». Parole di Andrea, il nonno, forse le più dure: «Non è il momento di parlare, sono alterato».
Che fanno tutte il paio, queste frasi secche, con lo sfogo del povero Davide, il marito di Veronica, il camionista di 29 anni che in un colpo solo non ha più un figlio, ha una moglie in carcere e il piccolo Diego, tre anni appena, a cui badare. Diceva Davide l’altra notte: «Se è stata lei, mi cade il mondo addosso». Sia stata Veronica o no, gli è già caduto.

Il Messaggero