Armi alla Libia l’Onu prende tempo L’Italia: «Pronti a un ruolo guida»

Isis

Che anche al Palazzo di vetro dell’Onu si avverta il senso di urgenza che respiriamo in Italia, lo si intuisce dall’incrociarsi fittissimo di consultazioni, voci e controvoci. Che ci sia accordo, diventa sempre meno sicuro: i paesi vicini alla Libia, l’Egitto in testa, vorrebbero armare il governo libico ufficiale e metterlo in grado di combattere contro i miliziani dell’Isis. Il blocco dei Paesi occidentali sembra di ora in ora meno disposto ad ascoltare la loro richieste, e molto più propenso a rafforzare il mandato della “United Nations Support Mission in Libya” (Unsmil), dando più poteri negoziali all’inviato speciale Bernardino Leon. Nel pomeriggio di ieri il Consiglio si è riunito per una seduta fiume, aprendo prima le porte al pubblico e poi chiudendole per le consultazioni.
LA VIA DIPLOMATICA

È stato proprio Leon che ha dato forza all’ipotesi che la crisi libica possa essere risolta con la diplomazia. Parlando dalla Tunisia in collegamento video, l’inviato speciale del’Onu ha sostenuto che un accordo negoziale è «possibile» perché le differenze fra le parti «non sono insormontabili». La posizione è stata poi sostenuta dall’Ambasciatore italiano Sebastiano Cardi, che ha insistito sulla necessità di «un impegno da parte di tutti coloro che credono nel dialogo», aggiungendo che l’Italia si offre di fare «monitoring e peace keeping dopo il cessate il fuoco fra le parti». Il ministro degli Esteri libico, Mohammed al-Dairi ha invece espresso una posizione un po’ meno diplomatica. Al Dairi ha offerto le proprie sentite condoglianze al collega egiziano, Sameh Shoukry, per «l’orrendo crimine commesso dalle milizie dell’Isis contro 21 innocenti cittadini egiziani», e lo ha poi ringraziato per il «sostegno militare» fornito contro i jihadisti». La riunione del Consiglio di Sicurezza è venuta dopo le pressioni concordate dei ministri Al Dairi e Shoukry, arrivati di persona a New York per incontrarsi sia con il Segretario senerale che con i membri del Consiglio di sicurezza. I due hanno riferito anche che i jihadisti filo-Isis in Libia avrebbero attirato il sostegno, e addirittura anche dei volontari, dalle falangi di Boko Haram della Nigeria. I due politici proseguiranno poi per Washington, dove oggi si tiene la terza giornata del summit sull’estremismo violento alla Casa Bianca. E ieri Obama ha già affrontato il tema invitando i musulmani a «schierarsi contro gli estremisti». Aggiungendo poi: «Noi non siamo in guerra con l’Islam ma con chi lo ha tradito».
L’ATTACCO

Ma mentre la diplomazia cercava un accordo, sul “fronte” libico-egiziano nel frattempo parlavano le armi. Dopo il bombardamento lanciato per vendicare il massacro dei 21 concittadini da parte dei jihadisti, Il Cairo ha ieri ha continuato le azioni di guerra, con un attacco nel territorio libico contro la cittadina di Derna, capitale del Califfato in Libia. Si dice che i jihadisti uccisi dalle truppe egiziane sarebbero più di 150, e che una cinquantina sarebbero stati presi prigionieri. Osservatori della regione pensano che il generale Abdel Fattah Al Sisi, presidente egiziano, potrebbe usare i prigionieri per eventuali scambi con i suoi concittadini che lavorano in Libia nelle aree dominate dall’Isis e a rischio di cattura. Il Consiglio di sicurezza era stato convocato su richiesta formale dell’Egitto. E inizialmente sembrava ci fosse un generale accordo davanti alla proposta del Cairo di abolire l’embargo alla vendita delle armi al governo libico, imposto durante la guerra civile contro Gheddafi. L’Egitto aveva inizialmente anche ventilato un intervento militare internazionale sotto l’egida Onu, ma poi ha accettato di depennare la richiesta. Tuttavia ha continuato a chiedere che «si riconosca ai Paesi della Regione il diritto di sostenere gli sforzi che il governo della Libia dovrà effettuare per riaffermare la propria autorità».
Proprio queste parole, che praticamente darebbero legittimità alle azioni militari che l’Egitto sta prendendo di propria iniziativa in territorio libico, non hanno convinto gli altri esponenti del Consiglio di sicurezza, che hanno insistito sulla necessità di dare più tempo e più appoggio all’inviato Leon. Il ministro libico invece le ha accolte senz’altro, affermando che la Libia «non cerca un intervento internazionale, ma dà il benvenuto all’aiuto egiziano nella lotta contro il terrorismo».

Il Messaggero