Arbitri, male del calcio o vittime sacrificali?

Arbitro

Nicchi dimettiti! Rizzoli, scandalo mondiale! Arbitri, che disastro! Questi sono solo alcuni dei titoli che leggiamo e sentiamo spesso ultimamente, e non solo, su tv, radio e giornali. Ogni anno è sempre la stessa storia, chi si lamenta, chi vorrebbe più rispetto, chi si appella alla mancanza di “peso politico” della propria squadra rispetto alle altre. Gli errori arbitrali ci sono sempre stati, ci sono tutt’ora e sempre ci saranno. Spesso i direttori di gara vengono accusati di essere quei semidei ai quali non si può parlare e nulla contestare, di rifiutare il dialogo e di non adattarsi allo sviluppo del calcio moderno. Sono le persone alle quali è più facile dare la colpa per le proprie deficienze tecniche.

Ma chi è l’arbitro? Sarebbe bene ricordarlo. In Inghilterra, la patria del calcio, durante le prime partite fra lord, si chiedeva a qualche spettatore di esprimere il proprio giudizio riguardo alle diverse situazioni di gioco. Il fortunato, o sfortunato spettatore, secondo i punti di vista, si metteva su una sedia a bordo campo prodigandosi nell’esprimere il proprio parere su quanto la gara aveva da offrire. Col passare degli anni, questo signore si è alzato dalla propria sedia per iniziare a camminare sul campo, stando in mezzo alle squadre, per meglio vivere la partita. Da qui, arriviamo ai giorni nostri con l’arrivo della figura dell’arbitro – atleta, che si allena come, se non più dei calciatori stessi, sottoposto a costanti test fisici e tecnici.

Si può diventare arbitro dal compimento dei 15 anni di età. Si segue un corso, che dura mediamente 3 mesi, al termine del quale si sostiene un esame. Così, chi risulta idoneo inizia a calcare i terreni di gioco, partendo dai giovanissimi. La selezione è dura, ci vuole allenamento fisico e mentale adeguato per poter arrivare a certi livelli. C’è anche chi lo fa solo per guadagnare qualche spicciolo, o per avere la tessera che permette di entrare in ogni stadio d’Italia. Però capita che ragazzi, e anche ragazze, che iniziano ad arbitrare lascino dopo poco tempo perché insultati e minacciati solo per un fischio fuori posto. La situazione è particolarmente triste soprattutto nelle piccole realtà giovanili dove i genitori, per sostenere il loro figlio “campione”, arrivano a macchiarsi delle peggiori ingiurie nei confronti di ragazzi in divisa da arbitro che hanno la stessa età dei loro figli.

Le cose vanno ancora peggio nel calcio amatoriale , in prima, seconda, terza categoria dove ragazzi si ritrovano a svolgere il loro compito in climi del tutto ostili fin dal momento in cui mettono piede nell’impianto sportivo. Sono visti da nemici fin da subito, e non come persone alle quali spetta il compito più difficile; cioè quello di dirimere le controversie. Ma non ci si ferma qui, troppi, ancora troppi sono gli episodi di violenza della quale sono vittima gli arbitri delle categorie amatoriali; vincere una partita è troppo importante, così “calciatori”, magari quarantenni a fine carriera sfogano la loro rabbia su direttori di gara non ritenuti idonei, da utilizzare come capri espiatori per giustificare i propri insuccessi. Tutto ciò giustifica che si sfondino porte di spogliatoi arbitrali, che si mettano a soqquadro effetti personali, che si spacchino telefoni e si rubino portafogli. Insomma, si dovrebbe giocare a calcio la domenica per svagarsi, per divertirsi dopo una settimana di lavoro, per passare due ore di gioia; però troppe volte accade il contrario e giovani arbitri finiscono per passare le loro domeniche in ospedale o al commissariato.

Veniamo ora ai piani alti. Gli arbitri e assistenti di serie A sono diventati ormai dei veri e propri professionisti, ma come tutti i professionisti, calciatori compresi, anche loro commettono errori, più o meno gravi. Si allenano mediamente 6 volte a settimana, si radunano ogni due settimane mentre nel frattempo girano nelle sezioni d’Italia per l’opera di formazione dei giovani colleghi. Nella stessa partita un giocatore fallisce un goal a porta vuota e l’arbitro non vede un calcio di rigore; ebbene, l’errore del calciatore passa in secondo piano mentre i giornali sbattono in prima pagina l’arbitro “incapace”. E allora si rientra nel circolo vizioso; si torna a parlare di scandalo, vergogna, complotto e malafede. Si parla di classe arbitrale inadeguata, tecnicamente infima, da parte di persone sedute in poltrona, che vedendo e rivedendo un episodio in tv riescono a malapena a comprenderlo. Ma non è finita qui, si è arrivati anche al punto in cui gli accusatori iniziano a parlare di cifre, di retribuzioni arbitrali, di fare indagini al riguardo. Ebbene, costoro dovrebbero sapere che gli arbitri fino alla Lega Pro prendono poco più di un rimborso per le gare che dirigono, che hanno un lavoro, una famiglia e che fanno mille sacrifici per trovare il tempo di allenarsi, frequentare le sezioni ed andare ai raduni. Le cose vanno certamente meglio a quelli di Serie A e B, che arrivano a percepire diverse migliaia di euro l’anno; non se la passano di certo male in rapporto ad una persona comune, ma in raffronto ai diversi milioni di euro guadagnati dai calciatori si parla pur sempre di cifre modeste. In conclusione, a mio avviso è necessario un netto cambio di mentalità, a partire dalla base del calcio giovanile e dilettantistico. Necessario è infondere una nuova cultura sportiva nei giovani; responsabili né dovranno essere sicuramente i genitori, gli allenatori di base, ma l’opera più importante è quella che spetta ai media; che con i loro mezzi a disposizione potranno riuscire nell’intento. L’arbitro non dovrà essere più visto come un nemico, ma come un uomo o donna imparziale da aiutare nel difficile compito che è chiamato a svolgere, dalla Serie A ai giovanissimi.

Daniele Rienzi