Appello dei vertici Pd all’unità, la sinistra insiste sull’Italicum

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Cammina sul crinale di una spaccatura dolorosa, il Pd. La minoranza Dem avverte che ha intenzione di fare sul serio: se Matteo Renzi non prenderà, entro settembre, un’iniziativa “vera” per cambiare la legge elettorale, annuncerà il No al referendum costituzionale. I vertici del partito si dichiarano, anche in nome dell’unità, sempre disponibili a mettere in discussione l’Italicum. Ma aggiungono che farlo unilateralmente, senza un accordo con le opposizioni, sarebbe “un autogol clamoroso”. Dunque, restano distanze e tensioni nel Pd, alla vigilia del via libera alle procedure referendarie.

Per domani è atteso l’ok della Corte di Cassazione alla richiesta di referendum, poi il governo avrà sessanta giorni per fissare la data. M5s e Lega ribadiscono l’invito a votare il prima possibile e Si chiede una scelta condivisa, ma ad ora l’orientamento prevalente sembra essere per il 20 o 27 novembre.

Matteo Renzi, che in serata rientra in Italia dopo la visita in Brasile, negli ultimi giorni si è tenuto fuori dal dibattito politico, anche se chi lo ha sentito lo descrive irritato per le polemiche, soprattutto quelle sul fronte delle nomine Rai. Il rischio per il premier, scrive l’inglese Observer (il domenicale del Guardian) è fare la fine di Cameron: lasciare dopo la vittoria del No e aprire la via all’ascesa dei “populisti M5s”.

Ma i renziani ostentano ottimismo sulla vittoria, visti anche i sondaggi in crescita. Nessuno nega che un eventuale smarcamento della minoranza possa essere un problema, ma avvertono che la campagna referendaria deve ancora iniziare.

Intanto, di fronte all’aut aut della sinistra Dem, i capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda e il vicesegretario Lorenzo Guerini rispondono con un appello all’unità e parole di disponibilità al dialogo sull’Italicum, nonché con l’impegno a scrivere insieme una legge per l’elettività diretta dei futuri senatori. Ma non mancano di sottolineare quanto sia “inspiegabile” e pretestuoso l’ultimatum: “La minoranza ha votato la riforma in Aula, quando era già in vigore l’Italicum, e ora minacciano di votare No al referendum usando come pretesto quella stessa legge elettorale. Ma non c’entra niente…”.

“La verità – ragiona un dirigente Dem, a taccuino chiuso – è che hanno già deciso che voteranno No, perché pongono una condizione irrealizzabile”. Sarebbe un “suicidio”, afferma Rosato, provare a cambiare l’Italicum da soli prima del referendum o prima di una pronuncia della Consulta, dal momento che M5s e Fi hanno detto No e nello stesso Pd vengono proposti numerosi modelli diversi. “Vincere il congresso facendo male all’Italia mi sembra una strategia sbagliata”, aggiunge Rosato. Se il Pd si spacca, aggiunge Zanda, vincono destre e populismi.

Ma l’appello all’unità dei vertici Dem non smuove la minoranza. “L’hashtag #staisereno – afferma il senatore Federico Fornaro, citando le parole che Renzi rivolse a Letta prima di sostituirlo al governo – può essere usato una volta sola. Noi chiediamo adesso che il Pd assuma un’iniziativa chiara e percepibile sulla legge elettorale, che è il cuore di ogni democrazia”. Settembre è la ‘deadline’ indicata, o la minoranza Dem minaccia di schierarsi per il No. Il che, sottolinea Gianni Cuperlo, non vuol dire cercare la crisi di governo: in caso di sconfitta, è la tesi, Renzi non dovrebbe dimettersi.

Stefano Parisi, intanto, ribadisce che Forza Italia è contro la riforma di Renzi, con l’intenzione di lanciare poi un’assemblea costituente. E Alessandro Di Battista parte per il suo tour in scooter attraverso l’Italia per promuovere le ragioni del No.

ANSA