Anche il Quirinale tra i tagli di Renzi

Matteo Renzi 1

Prima Napolitano, poi il Papa. È stata certamente una giornata intensa quella di Matteo Renzi. In mattinata è salito al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica aveva già ricevuto due giorni fa il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan. È facile dunque immaginare che nell’incontro si sia parlato della revisione della spesa e di tagli. Nelle sue slide il commissario alla spesa Carlo Cottarelli quantifica in 2,4 miliardi la spesa complessiva per gli organi costituzionali e di rilevanza costituzionale (presidenza della Repubblica, Parlamento, Corte Costituzionale etc, e poi Consiglio di stato, Csm, Consiglio supremo di Difesa etc). Ma soprattutto riporta una tabella dalla quale si evince che mentre la spesa delle amministrazioni centrali (ministeri, per esempio) sono scese (in cinque anni sono diminuite del 10% circa), quelle di Camera, Senato e Corte Costituzionale sono salite del 2,4 e quelle del Quirinale dello 0,5%. Cottarelli scrive che da queste ultime due categorie si possono ricavare circa 200 milioni quest’anno, 400 l’anno prossimo, 500 nel 2016. Dunque, anche il Quirinale potrebbe finire nei tagli. Non a caso il premier da settimane ripete che palazzo Chigi deve dare il buon esempio, e si appresta a darlo. Difficile che il Quirinale ne resti fuori. Materia su cui Napolitano è sempre stato sensibile. Il contenimento dei costi della politica è stata una costante della sua carriera politica e anche del suo mandato presidenziale.

Nel faccia a faccia con Napolitano, tuttavia, Renzi ha rassicurato il Capo dello Stato sul Def che verrà presentato martedì prossimo. E cioé che non ci saranno sforamenti o scostamenti nel rapporto deficit/pil. Almeno per il momento. Il percorso rimane quello già delineato, ovvero il finanziamento dell’operazione 80 euro sarà tutta coperta con la revisione della spesa. Che poi è sempre più chiaro che di tagli si sta parlando. Tagli. Tagli lineari. Sempre più nel mirino c’è la Sanità, sebbene la ministra Lorenzin stia cercando di alzare le barricate. Le altre voci sono quelle note, come la riduzione dei costi per beni e servizi o i risparmi derivanti da un corposo taglio per i compensi dirigenti dei dirigenti dello Stato.

Il governo intende restare per ora nei parametri europei, nessuna forzatura. Nessuno scostamento del deficit/pil, anche se era stato immaginato un innalzamento dal 2,6% ora previsto al 2,8% e comunque restando dentro i margini del 3%. Una ipotesi che al momento appare accantonata ma che potrebbe tornare in pista nella seconda parte dell’anno.

Altro capitolo, altra rassicurazione. Renzi ha ribadito che l’accordo con Forza Italia tiene e quindi si andrà avanti. Napolitano ha incontrato Berlusconi e ha ben chiara la fibrillazione che sta vivendo Forza Italia. Teme che il percorso a lui più caro possa subire rallentamenti o grandi frenate. Ma il premier appare sempre più convinto che gli uomini del Cavaliere non possano più tirarsi indietro. «Sanno benissimo che se le riforme falliscono i primi a subire le conseguenze elettorali di tale fallimento sarebbero quelli che le hanno fatte saltare» spiega un deputato renziano.

Si va avanti. E tanto per capire che aria tira, il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, risponde per le rime a Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà che avevano criticato il piano del governo: «Io temo una cosa sola e cioé che in questi trent’anni, le continue prese di posizione dei professori abbiano bloccato un processo di riforma che oggi invece non è più rinviabile per il nostro Paese». Parlando ad Agorà, la Boschi rincara la dose: «Ci possono essere posizioni diverse che sono legittime: in particolare trovo legittimo che Rodotà abbia profondamente cambiato idea, perché ricordo che nell’85 fu il secondo firmatario di una proposta di legge che voleva abolire il Senato. Ma dico che ci sono altrettanti costituzionalisti validi che invece sostengono il nostro progetto».