Anche Diotallevi si piegava a Carminati

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A settant’anni Ernesto Diotallevi è sempre sulla cresta dell’onda. Da uomo che si è fatto da solo, cominciando da ragazzino come facchino al mercato, non ha intenzione di andare in pensione: «Sono sempre stato uno svelto a fare affari, perché metto in contatto persone diverse con interessi convergenti», spiega. Nello specifico se stesso con Massimo Carminati, il padrone del mondo di mezzo. Con una regola ferrea: mai sconfinare nel territorio d’influenza del Cecato, al quale si guarda bene di pestare i piedi. Il potere dell’ex Nar è tale da intimidire anche un personaggio amico di Pippo Calò, esponente di Cosa nostra condannato a due ergastoli, in onore del quale si dice che abbia battezzato suo figlio Mario.
QUARTIER GENERALE

La giornata di Carminati, come emerge dalle carte dell’inchiesta, è scandita da appuntamenti e incontri che si svolgono a bordo della sua Audi A1, al bar Vigna Stelluti, nei pressi del negozio di abbigliamento della moglie (il Blu Marlyn) e del distributore Eni di Corso Francia, ovvero l’area in cui esercita il controllo. Da questa zona Diotallevi resta rispettosamente a distanza e si adira con il figlio che un giorno, peccando d’ingenuità, sconfina nel terreno di Carminati rischiando di creare un incidente diplomatico: il 28 dicembre 2012 i due sono a bordo della Panda del boss indicato dagli investigatori come referente di Cosa nostra nella Capitale e Leonardo annuncia al padre di avere «preso appuntamento con Alessandro Floris al bar Euclide». Cioè una delle basi strategiche di Carminati. Sbotta Ernesto Diotallevi: «No… no… io ti ammazzo a te, ma come c…o ti è venuto di venì a piglià appuntamento…». E ancora: «Non ci siamo visti giù apposta a corso Francia…». La rabbia del boss ha una ragione strategica: «No, sai perché lo dico patà? Eh… lo dico a mio svantaggio, perché lui adesso penserà che mi sto a avvicinà a Pulcini e che magari sto a fà gli affari con lui… no?». Carminati è un partner che Diotallevi non può permettersi di perdere. I figli Mario ed Ernesto, rilevano i Ros, sono «la facciata pulita nell’ambito delle strategie d’impresa», richieste di finanziamenti e mutui, fidejussioni, acquisizioni e cessioni di società, immobili. Nel retrobottega ci sono le manovre di Carminati e Diotallevi «per il controllo dell’avanzamento dei lavori di un cantiere edile» a Riano, 19 villette a schiera in via Monte Marino, e «altri obiettivi comuni» che non possono essere compromessi da improvvide invasioni di campo. Tra l’altro il «sor Ernesto» è una persona che attira l’attenzione degli investigatori. «E te pareva, cominciamo la giornata così. Er sor Ernesto, uno che dovrebbe sta’ un po’ nascosto», sbotta Carminati quando si imbatte in Leonardo al bar Euclide.
SPARTIZIONE DI ROMA

Carminati riceve solo su appuntamento, sempre organizzato dal suo braccio destro Riccardo Brugia. Il Cecato è molto prudente – «non racconta mai niente a nessuno», riferiscono i suoi uomini – e anche un boss dello spessore di Diotallevi deve rispettare la trafila. Il 25 settembre 2012 ottiene la revoca dei domiciliari, il primo ottobre accompagnato dai figli incontra Carminati in corso Francia. Nel territorio del Cecato, ma solo con il suo permesso. A Roma gli investigatori hanno identificato nove macro zone nelle quali gruppi criminali e organizzazioni mafiose si dividono le attività. Le principali sono quattro, a est della città c’è Michele Senese detto ”o Pazzo”, cresciuto con la camorra e ora in proprio, i Casamonica dominano tra Anagnina e Tuscolano e trafficano con la droga ai Castelli, mentre i fratelli Fasciani controllano i quartieri a sud-ovest. Carminati è a nord e nessuno osa varcare il confine. «Un bravo ragazzo», lo dipinge Diotallevi. Magari un po’ impulsivo, «ti può tranquillamente dire “te strozzo, t’ammazzo”, ma poi finisce lì».

Il Messaggero