Altro che Europa, Mazzarri si gioca l’Inter

Mazzarri

O l’Europa, o tutto da rifare. La partita di Livorno se possibile ha legato ancora di più il destino di Mazzarri e quello dell’Inter alla partecipazione alla prossima Europa League, considerata imprescindibile dalla proprietà (e dalla logica). Si sa da tempo, come da tempo il tecnico sa che a giocarsi il futuro è anzitutto lui, ma gli eventi, non è una novità, cambiano sensazioni e aspettative. Quello che la partita di Livorno ha cambiato, anzi accentuato, è stata la percezione di un momento di difficoltà che va addirittura al di là dei (magrissimi) risultati. Se può essere una consolazione, almeno la classifica dice che l’Inter resta padrona del suo destino: da dietro incalzano e non c’è da stare tranquilli, ma nessuno vola, neanche davanti, e 4° e 5° posto sono ancora lì, nonostante tutto a portata di mano.

Con il Bologna batti un colpo Insomma, una classifica meno preoccupante della preoccupante Inter vista nelle ultime tre partite. A Livorno un po’ di più: nelle altre due, anche se non per 90’, aveva messo spalle al muro le avversarie; lunedì ha segnato più che nelle precedenti gare, ma anzitutto per demeriti altrui. Di cui però non ha saputo approfittare fino in fondo, gestendo una partita che pure aveva in mano saldamente, visto che aveva trovato, e presto, i due gol inseguiti inutilmente con Atalanta e Udinese. Facile dire: se Guarin non avesse fatto un assist al contrario l’Inter avrebbe vinto e nessuno avrebbe gridato al furto. Vero: ma non sarebbe cambiato sostanzialmente il giudizio sulla prestazione complessiva dell’Inter. E non è detto a priori che una vittoria avrebbe «preparato» meglio la gara di sabato con il Bologna: anzi, magari può far meglio una delusione così, se l’Inter è davvero ancora viva.

Mancanza di qualità Di sicuro certi cattivi segnali lanciati a Livorno fanno rimbalzare una domanda: perché, pur se ad inizio aprile, Mazzarri non è riuscito a costruire l’Inter non infallibile ma almeno affidabile che ci si aspettava da lui? Perché questa squadra non sembra una squadra di Mazzarri, nel senso che si sono solo intraviste le caratteristiche invece diventate marchio di fabbrica di un po’ tutti i club allenati in precedenza? Il gioco, anzitutto: Mazzarri accenna spesso al giocare bene dell’Inter, ma è il primo a sapere che farlo con discontinuità, solo a tratti, finisce per determinare l’impressione contraria. Che i meccanismi sempre dati alle sue squadre erano magari fin troppo collaudati, ma lineari, affidabili, al di là della qualità dei giocatori; quelli dell’Inter, dove la qualità è merce più rara, non si specchiano ancora in un’identità di gioco assoluta e sono tuttora condizionati da troppi alti e bassi: trovata una buona espressione della fase offensiva è venuta a mancare solidità difensiva e viceversa e il paradosso è che la squadra mostrò il suo volto migliore quando Mazzarri aveva avuto meno tempo per darle i suoi codici.

A nervi tesi Erano stati segnali di gioco chiari, che non sono scomparsi, ma solo ricomparsi qua e là, al netto di appannamenti ricorrenti. Un po’ come il ritmo di gioco dell’Inter: fiammate intermittenti, impennate e grigiori improvvisi, che deprimono la manovra fino a renderla monocorde. Forse è anche questione di testa, che per fare la differenza deve far rima con personalità. Ecco, l’Inter non è stata quasi mai la squadra con il sangue agli occhi dal 1’ al 95’ che era il suo Napoli, quella che a Livorno avrebbe chiuso una partita che stava gestendo, ma che poteva/doveva uccidere. E Mazzarri solo a forza di sfuriate è riuscito a tamponare una realtà che si è riproposta ciclicamente: giocatori disorientati, molli, poco concentrati e ancora meno cattivi, al di là della sufficienza di certe giocate (decisive in negativo) come quella di Guarin a Livorno. E poi giocatori tesi, troppo tesi: spesso emerge una scarsa serenità che non può essere solo questione di poca esperienza.

Una formazione ibrida Con queste premesse, a Livorno sono saltate ancor di più all’occhio certe scelte fatte da Mazzarri in ossequio al turnover. Non in attacco: lì non ha scelta anche se Palacio sente la fatica, Icardi continua a combattere con la pubalgia (e si vede) e si sente ancor più la mancanza di un attaccante killer, di quelli che non fanno rimpiangere le occasioni create, che in diverse partite sono state comunque tante, a dispetto della sfortuna; di quelli che in poche parole sanno trasformare i pareggi in vittorie. Ma rimettere in panchina il tonico Ranocchia delle ultime quattro gare, il continuare a scegliere una formazione che è un ibrido fra l’Inter che è stata e quella che sarà, o dovrebbe essere, non aiuta a fare chiarezza. E non ha aiutato neanche a fare risultato pieno.

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