Altra notte di raid israeliani su Gaza

HAMAS

In Medio Oriente soffiano venti di guerra. L’escalation militare non si ferma. Tre differenti raid aerei israeliani nella notte nel sud della Striscia di Gaza hanno provocato 14 morti, di cui 13 nella città di Khan Yunes. Mentre le sirene anti-razzo risuonano all’alba a Tel Aviv, dove si sono udite tre diverse esplosioni.

 BOMBE SULLA STRISCIA

A Khan Yunes un primo raid ha colpito una stalla uccidendo sei persone e ferendone altre. Più tardi in un altro attacco, dove sono state colpite due abitazioni, sono morti tre donne e quattro bambini. Infine, un ultimo raid ha interessato il campo profughi di Nusseirat, con la morte di una persona. In tre giorni le operazioni aeree contro Hamas hanno fatto 64 vittime.

BOTTA E RISPOSTA

Il terzo giorno di confronto tra Hamas e Israele ha sempre più il contorno di una guerra vera e propria. Il primo ministro Benyamin Netanyahu e il presidente Shimon Peres non hanno nascosto le intenzioni dello stato ebraico: «Se i razzi non cesseranno – avvertono -, Israele estenderà l’intervento e l’operazione terrestre potrebbe essere inevitabile». Mentre il presidente palestinese Abu Mazen definisce la situazione a Gaza «un massacro e un genocidio». Su Israele in due giorni – secondo il portavoce militare – sono stati intanto lanciati più razzi che in tutto lo scontro del 2012: 220 dall’inizio delle operazioni, di cui solo oggi oltre 70 (anche su Tel Aviv e la sua area metropolitana). Compresi i temibili M302 a lunga gittata: una novità che Israele imputa alle forniture dell’Iran alla fazione islamica. Quelli lanciati ieri sono arrivati a 130 chilometri di distanza, verso Zichron Yaacov poco distante da Cesarea.

CONTRO I RAZZI

Se per ora in Israele non ci sono vittime lo si deve al sistema antimissili Iron Dome che ha riportato un 90% di successo. Ma nessun posto del paese sembra essere al sicuro: sette razzi sono stati scagliati anche contro Dimona, dove è accreditata la presenza del sito nucleare israeliano, anche questi intercettati dalla “Cupola di Ferro”. Mentre sulla costa due “uomini-rana” infiltratisi dalla Striscia di Gaza sono stati intercettati e uccisi dalle pattuglie israeliane – riferiscono fonti militari – nel secondo episodio del genere in due giorni. E l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv ha annunciato una riduzione dei voli di linea per dar spazio alle rotte di quelli militari. «L’operazione sarà estesa e proseguirà fino a quando – ha ammonito Netanyahu che sembra aver ritrovato l’unità del suo governo e del paese – gli spari verso le nostre città non cesseranno del tutto e la calma ritornerà». Anche il presidente Shimon Peres – in carica ancora per pochi giorni- ha messo in guardia Hamas che l’offensiva di terra potrebbe cominciare «a breve». «Li abbiamo avvisati. Gli abbiamo chiesto di fermarsi – ha ricordato Peres – abbiamo atteso un giorno, due, tre e loro hanno continuato. Ed hanno sparso il loro fuoco su molte aeree di Israele».

DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE AL LAVORO

Il leader palestinese – che ha detto di essere in contatto con l’Onu e l’Egitto – ha attaccato duramente Israele minacciando il ricorso alle agenzie internazionali, compresa la Corte penale dell’Aja. «Gli eventi di queste ore non sono una guerra contro Hamas, ma una guerra contro il popolo palestinese. Partita da Hebron, passata a Shufat e adesso a Gaza», ha sottolineato, riferendosi sia alle operazioni israeliani in Cisgiordania, dopo il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, sia al ragazzo palestinese arso vivo nel sobborgo di Gerusalemme ad opera di estremisti ebrei. E Khaled Maashal, leader in esilio di Hamas ha denunciato che «le cose sono state in pace finché Netanyahu non ha commesso ogni possibile tipo di terrorismo contro il nostro popolo». Di fronte ad uno scenario dagli esiti ancora più distruttivi, la diplomazia internazionale si sta muovendo. Angela Merkel e Francois Hollande hanno avuto colloqui telefonici con Benyamin Netanyahu, condannando entrambi i lanci di razzi da Gaza, mentre il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha sentito sia il premier israeliano sia il presiedente palestinese Abu Mazen. Il ministro degli esteri italiano Federica Mogherini da Mosca insieme al collega Serghiei Lavrov ha raccomandato moderazione a tutte le parti e ha notato che «è urgente evitare una spirale di violenza in Medio Oriente che rischierebbe di sfuggire al controllo e di infiammare una regione attraversata da conflitti drammatici». «La prima preoccupazione, umana prima ancora che politica – ha aggiunto – è la protezione dei civili» e «riprendere i negoziati di pace». L’Egitto – che ha mediato il cessate il fuoco tra le parti nel 2012 – starebbe scendendo in campo mentre la Lega Araba ha chiesto agli Usa di obbligare Israele a fermarsi. Ma per ora la nuova leadership dell’ex generale Sisi si limita a contatti informali. Mentre fonti di Hamas riprese da Haaretz affermano stasera che Israele in questa fase «si rifiuta di negoziare un accordo» di tregua

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