Allarme Ebola, primo caso italiano medico contagiato ricoverato a Roma

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Gli specialisti dello Spallanzani hanno già telefonato ai colleghi dell’Ospedale Carlos III di Madrid, per chiedere il vaccino che è stato usato per curare Teresa Romero, l’infermiera spagnola contagiata dall’Ebola e poi guarita. L’istituto romano accoglierà e assisterà il primo italiano che ha contratto il virus. Ha cinquant’anni, è un medico immunologo originario della Sicilia. Era in Sierra Leone, in un ospedale di Emergency, a Lakka, dove si assistono i malati di Ebola. È risultato positivo e da oggi è ricoverato nel reparto di isolamento. Ieri un aereo Boeing 767 dell’Aeronautica militare, allestito con tutte le misure di sicurezza per questo tipo di trasporti, è atterrato a Freetown ed è ripartito con il medico a bordo, protetto da una speciale barella ad alto bio-contenimento.
IL VOLO
Il suo arrivo all’aeroporto di Pratica di Mare era atteso per l’alba di oggi. Di lì, dopo l’atterraggio, una ambulanza, anch’essa ad alta protezione e con filtri che garantiscono il massimo isolamento, lo deve portare all’interno dell’ospedale, passando da una entrata secondaria. Si prenderà cura di lui l’Unità di crisi (diretta dai medici Emanuele Nicastri e Nicola Petrosillo) nel reparto di isolamento, allestito da tempo allo Spallanzani, uno dei due centri di riferimento nazionale per l’Ebola. Il medico non avrà contatti con altri pazienti e vi saranno diversi livelli di protezione per l’avvicinamento alla stanza, mentre il personale indosserà tute, visiere e guanti protettivi.
I PRECEDENTI
Il medico siciliano aveva iniziato la sua missione nell’ospedale di Emergency di Lakka il 18 ottobre. Qui aveva svolto volontariato anche il collega marchigiano, che al ritorno in Italia, per precauzione, fu ricoverato allo Spallanzani in isolamento (per fortuna non risultò contagiato). Sempre a Lakka, a inizio ottobre, si ammalò un altro medico di Emergency, un ugandese, che fu trasportato a Francoforte, dove è guarito. Racconta la presidente di Emergency, Cecilia Strada: «Non siamo allarmati. Il collega è stato assistito sin dai primissimi sintomi e seguiamo rigidissime procedure di sicurezza. Sappiamo bene, dalla nostra esperienza, che il tempo fa molta differenza. E in questo caso l’assistenza è stata immediata».
IL TESTIMONE
Il medico siciliano faceva parte di un gruppo «di 33 persone, di cui 26 italiani». «Ci sono altre 15 persone in attesa di partire per la Sierra Leone», assicurano ad Emergency. La situazione nel paese è drammatica: insieme a Guinea e Liberia, è la nazione in cui si sta diffondendo il virus più rapidamente. Racconta il professor Vittorio Colizzi, immunologo e docente a Tor Vergata, tornato pochi giorni fa proprio dalla Sierra Leone: «La situazione è grave, purtroppo stiamo parlando di un paese molto povero. Non a caso in Nigeria e Senegal il contagio è stato fermato, in Sierra Leone si parla di una media di cento casi al giorno. Ogni cinque chilometri ti fermano ai posti di blocco, ti misurano la temperatura, c’è il coprifuoco tra le 17 alle 9. Gli ospedali sono in grande affanno, ma il ruolo delle ong e del volontariato è fondamentale non solo perché è importante aiutare la popolazione, ma perché il contagio va fermato prima che la diffusione sia troppo vasta».
L’ASSEDIO
Al centro di Lakka le richieste di aiuto della popolazione sono costanti. Nei giorni scorsi è stato scritto sul sito di Emergency: «Siamo costretti a rifiutare nuovi pazienti. Non è facile dire a una persona “ci dispiace, non abbiamo posto”, ma dobbiamo garantire la sicurezza del nostro staff e mantenere le condizioni per curare al meglio chi è già ricoverato qui». Purtroppo, malgrado la grande esperienza e la prudenza degli operatori, il medico siciliano è risultato contagiato. Osserva il professor Colizzi: «Al di là del caso specifico, in queste zone ci sono maree di pazienti: è difficile garantire turni abbreviati per gli operatori e la giusta distanza tra i letti, non è semplice rispettare puntualmente tutte le procedure. Discorso differente allo Spallanzani, un centro di eccellenza internazionale».
UNITÀ DI CRISI
E qui si torna a Roma e alla preoccupazione per l’arrivo del primo paziente italiano contagiato. Adriano De Iuliis, infermiere allo Spallanzani e sindacalista di Nursind: «Per la gestione dell’emergenza c’è una task force di una ventina di persone tra medici e infermieri; alcuni di questi colleghi si occuperanno del trasporto pazienti, altri dell’assistenza dopo il ricovero. Il personale è preparato a far fronte all’emergenza e ha effettuato varie esercitazioni». Aggiunge però: «Preoccupa la carenza del personale. Gli infermieri spesso sono costretti a fare anche turni di 17 ore consecutive».

Il Messaggero