«Agnelli ha spolpato l’Italia»

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Altro che unione. Il calcio italiano è ufficialmente spaccato in due: da una parte il presidente in pectore della Federcalcio Carlo Tavecchio e i suoi sostenitori, dal numero uno della Lega Pro Mario Macalli al presidente della Lazio Claudio Lotito; dall’altra il «giovane» Andrea Agnelli, seguito per ora dall’altrettanto giovane associazione calciatori (presidente Tommasi), dagli allenatori e soprattutto da una fronda crescente di club di serie A (Roma, Fiorentina e Napoli su tutti) e serie B.

Due partiti e tante bordate, per fortuna solo verbali. Aveva cominciato Agnelli due giorni fa, attaccando il candidato Tavecchio, «espressione del vecchio sistema e figura non autorevole». Ha prontamente replicato Macalli, per l’occasione avvocato difensore del presidente dei dilettanti, con toni ancor più accesi: «Deve offendere meno – ha tuonato il numero uno della Lega Pro – perché lui non è unto dal Signore, anzi ha solo un cognome, senza il quale andrebbe ogni mattina su un tornio e poi voglio vedere quanti pezzi farebbe in un’ora. Io lavoro, pago le tasse e mangio a casa mia, non con i soldi del governo, mentre lui e la sua famiglia hanno spolpato l’Italia».

Macalli avanza a testa bassa e non risparmia critiche ad Agnelli. «Quando si fa una proposta si dice chi è il soggetto competitor e qual è il programma. Invece ho sentito solo nomi sparati a vanvera, signori che, se gli dai un bicchiere, forse riescono a fare una “o”». Il riferimento, per nulla velato, è alle idee lanciate da Agnelli, secondo il quale ex giocatori come Vialli, Cannavaro o Costacurta sarebbero ideali per guidare la Figc. «Il calcio italiano si divide in due categorie – ha attaccato Macalli – io ho gli imprenditori, loro invece sono prenditori. Da me non possono giocare gli extracomunitari, da loro sono il 60 per cento e quasi tutti sono vere “pippe”. Agnelli non deve criticare chi investe davvero i soldi nei vivai: quanti giocatori hanno tirato fuori loro dalle giovanili? Sono incapaci, da me farebbero i portinai e in un’azienda normale sarebbero già andati a casa».

Agnelli incassa e non risponde, almeno per ora. Mentre Tavecchio preferisce il profilo basso. «Non voglio commentare e questo già la dice lunga – ha dichiarato il presidente dei dilettanti – Se Agnelli si candidasse, lo appoggerei per vedere come vanno le cose». Una provocazione, naturalmente. Perché la Figc, come aggiunge Tavecchio, «non è roba da ridere. Per me, comunque, contano solo i fatti, come diceva Stalin». E i fatti, al momento, sono tanta confusione e una lotta a suon di bordate. L’unione invocata per ripartire sembra pura utopia. Così come l’accordo sul nuovo ct: «La federazione deve avere una “cantera” di allenatori – ha ribadito Tavecchio – anche se, da interista, direi Mancini. Ma va bene anche Mourinho. Non verrebbe mai alle nostre cifre? Per una federazione come la nostra dovrebbe venire gratis». Perché al calcio italiano non resta che chiedere l’elemosina.

IL TEMPO