Africa, l’Ebola avanza «Ci vorranno sei mesi per fermare l’epidemia»

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ROMA L’allarme arriva da Medici senza frontiere: l’avanzata dell’Ebola procede più velocemente del previsto e per fermare il contagio in Africa occidentale saranno necessari almeno sei mesi.
Così, mentre in Liberia si spara a chi tenti di superare il confine dalla Sierra Leone, l’Europa prova a sospendere i rimpatri degli immigrati clandestini in Nigeria e tira un sospiro di sollievo: il risultato del test sulla donna morta dopo un viaggio in Nigeria è negativo. Ma la preoccupazione cresce: le università inglesi sono state allertate per gestire un’eventuale emergenza, mentre in Italia c’è chi chiede nuove misure, come Gianni Tonelli, segretario del Sap (sindacato autonomo di polizia). 
L’ALLARME
L’epidemia del virus in Africa occidentale «si espande» e «la situazione si deteriora più velocemente della nostra capacità di farvi fronte», a dichiararlo è stata Joanne Liu, direttrice di medici senza frontiere (Msf) dopo una visita di due giorni nella zona del contagio. «C’è un totale collasso delle infrastrutture – ha detto Liu – se non si stabilizza la situazione in Liberia, la regione non potrà risolvere l’emergenza. In termini di tempo – ha continuato – non si tratta di settimane, ma di mesi. Abbiamo bisogno di un impegno di mesi, almeno sei, direi. E si tratta di una previsione molto ottimistica. Tutti i governi devono agire ora, se vogliamo contenere l’epidemia». 
Intanto alle forze armate della Liberia è stato dato l’ordine di sparare a chi cerchi di passare illegalmente il confine, per entrare dalla vicina Sierra Leone. La frontiera è stata chiusa alcune settimane fa nel tentativo di arginare l’epidemia. Il Burkina Faso, invece, pur non avendo registrato finora casi di contagio, ha scelto di rinviare sine die il vertice dell’Unione africana (Ua) su «Occupazione e povertà», che avrebbe dovuto tenersi nella capitale dal 2 al 7 settembre. 
IL TEST
Dopo il caso di Miguel Pajares, l’anziano missionario spagnolo contagiato dal virus e rimpatriato in Liberia, le circostanze della morte della cittadina britannica di 48 anni, deceduta a cavallo di Ferragosto, dopo essere rientrata in Tirolo da un viaggio in Nigeria, aveva suscitato un grande allarme. Invece, come ha comunicato il land Tirolo, non si tratta del terribile virus: il test ordinato dal medico distrettuale ha dato esito negativo.
LE MISURE
Frontex, l’Agenzia Ue per la gestione delle frontiere, ha deciso di sospendere i voli di rimpatrio in Nigeria degli immigrati clandestini a causa dell’epidemia. «Alcuni Paesi – ha spiegato la portavoce Ewa Moncure da Varsavia – fra cui l’Austria, hanno preso una decisione simile». Ma intanto ogni paese adotta misure per far fronte all’emergenza: in Gran Bretagna tutte le università sono state allertate e istruite su come gestire un’eventuale focolaio di Ebola. 
Con l’approssimarsi dell’inizio delle lezioni, Universities Uk, organismo che rappresenta i vicerettori e le università, ha scritto a ogni campus inviando una guida con le istruzioni: perché si attendono migliaia di nuovi studenti dall’Africa occidentale. Ma anche in Italia c’è chi manifesta forte preoccupazione. Come Gianni Tonelli, segretario del Sap: «Non voglio fare allarmismo e voglio augurarmi che il problema non ci sia – dice – ma dopo la visita ai Cie di Pozzallo, Taranto e Reggio Calabria, mi sono reso conto che non esiste un cordone sanitario, e non solo per gli operatori. Dall’Africa – spiega Tonelli – arrivano navi con 1.700 persone e ci sono solo due o tre medici ad eseguire i controlli. Immigrati richiedenti asilo, che vengono imbarcati su aerei o pullman e smistati in diversi comuni, non hanno il dovere di sottoporsi a visite o cure, sono liberi di andare in giro e interagiscono con la cittadinanza. Ci si rende conto del pericolo? Se abbiamo deciso che l’ermergenza umanitaria conta di più della tutela sanitaria di questo Paese basta dichiararlo», conclude Tonelli. 

IL MESSAGGERO