Affondo di Renzi: lavoro, la legge non è rinviabile e il Pd si adeguerà

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«Negli ultimi 44 anni ci sono state molte polemiche sullo Statuto dei lavoratori. Adesso la sinistra radicale pensa che l’unica cosa sia mantenere questa legge, ma 44 anni fa il mondo era diverso. Alcuni pensano che difendendo lo Statuto dei lavoratori sono veri uomini e donne di sinistra, che sia una battaglia di sinistra. Nella mia parte, nel Pd, la battaglia è in questa direzione». I toni sono da conferenziere in trasferta, la lingua è un inglese «da sottotitoli» – come ammette sorridendo – ma la sostanza non cambia. Matteo Renzi, alla folta platea di finanzieri, investitori e professori universitari raccolti dal Council on Foreign Relations di New York, dà in sostanza appuntamento alla direzione del suo partito che è convocata per discutere la riforma del mercato del lavoro. «Lunedì presento le mie idee, ci sarà il dibattito interno, ma poi si decide e si va avanti tutti insieme, come succede in tutti i partiti democratici. Non è pensabile che ci si fermi o che mi tiri indietro». Concetti che Renzi ripete da giorni e che ieri sera sono finiti sui taccuini di tutti i principali giornali americani ai quali ha concesso interviste.
L’OBIETTIVO

Obiettivo di Renzi è convincere investitori e opinion leader che l’Italia ce la farà e che tornerà ad essere grande come le sue città che però testimoniano il passato mentre lui e il suo governo intendono «cambiare la narrazione» che si fa nel nostro Paese. Al primo posto mette la riforma del mercato del lavoro, poi quella della pubblica amministrazione e infine la giustizia. Tira dritto Matteo Renzi mentre in Italia i sindacati si alleano con i «benaltristi» e con coloro che lo accusano di essere un uomo solo al comando soltanto perché rischiano di non esserci più loro. Cinque i nodi da risolvere subito per far sì che l’Italia «non sia solo un grande passato ma guardi al futuro». Il jobs act resta il primo perché «le 2100 leggi che in Italia ci sono sul lavoro creano disoccupazione». Priorità che indica anche a pranzo, nel quartier generale di Bloomberg, davanti ai vertici Ibm, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Coca Cola e i più grandi fondi di investimento americani. Il premier assicura sulla sua determinazione ad andare fino in fondo ma al tempo stesso mette all’indice nemici e frenatori. Intervistato dal vicepresidente di Morgan Stanley Ruth Porat, che si mostra divertita per alcune rocambolesche risposte del premier, Renzi difende il suo governo giovane. Rivendica la presenza femminile nell’esecutivo come in molte aziende pubbliche. «Sono talmente tante che ad un certo punto ho dovuto tranquillizzare Moretti, (tranquillo resti a Finmeccanica senza dover andare a Casablanca)». Ad ascoltarlo in prima fila il Ceo di Fca Sergio Marchionne che alla fine si dice entusiasta. Più volte Renzi ricorda il suo recente passato di sindaco di Firenze citando il Rinascimento come orizzonte perché «l’Italia è un Paese grande per il suo passato e il presente, ma la sfida per il mio governo è quella di farci amare il futuro. L’esperienza più importante per l’Italia sarà quella di domani, non di ieri». Con la testa volta al passato il premier vede molti esponenti del suo partito. La sfida sta tutta lì e il premier ammette che si tratta di «un programma molto ambizioso, forse alcuni potrebbero pensare che sono un pazzo, ma questo è il programma: cambiare noi stessi per tornare a essere l’Italia, che significa cambiare la politica in Europa dopo aver cambiato noi stessi». «Il futuro non sono solo Usa e Cina, ma anche l’Italia. Per me la sfida è cambiare l’approccio, una rivoluzione radicale, non solo nella forma mentis. Una incredibile rivoluzione, non semplice», e dall’esito incerto ma «io non sono il cambiamento – spiega – io sono la causa della voglia del Paese di cambiare». «Poi magari nel 2018 perderò le elezioni, ma con la legge elettorale che faremo, sarà almeno chiaro chi sarà lo sconfitto». L’orizzonte di Renzi non cambia e i gufi sono avvisati.

Il Messaggero