Addestrati dall’Isis in Libia e in Siria tornati a casa per spargere il terrore

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Per il sanguinoso attacco al museo del Bardo due sono i gruppi potenzialmente responsabili: Ansar al Sharia, movimento fuorilegge legato all’Isis che conta un migliaio di aderenti, e il battaglione Uqba ibn Nafi, branca tunisina di Al Qaeda nel Maghreb. Al momento rivendicazioni ufficiali non sono arrivate ma per gli esperti di terrorismo non ci sono dubbi. La matrice è riconducibile alla galassia jihadista tunisina che si intreccia con gruppi radicali in Libia, luogo dove si trovano anche campi di addestramento per formare combattenti da inviare sui vari fronti mediorientali. Una minaccia reale che vede un continuo scambio di armi e militanti tra i due Paesi.
I FOREIGN FIGHTERS

La Tunisia, unica democrazia uscita dal ciclone geopolitico causato dalla primavera araba, luogo di confronto e di modernità dove islam e laicità hanno da sempre convissuto con cicliche frizioni, è sottoposta negli ultimi mesi ad un forte e preoccupante aumento del fenomeno jihadista. Sarebbero infatti almeno tremila i “foreign fighters” che si sono diretti in Siria e in Iraq negli ultimi anni. Molti sono in combattimento, altri si sono stabiliti in Libia e altri ancora fanno parte del cosiddetto jihadismo di ritorno, ovvero quelli che rientrano in Tunisia dopo l’esperienza al fronte. Un fenomeno monitorato costantemente ma allo stesso tempo difficile da controllare. Frequenti sono le retate della polizia tunisina dirette a smantellare le cellule dormienti nel Paese, almeno quattrocento, secondo Mazen Cherif, esperto di sicurezza e questioni militari, composte ognuna da una quindicina di membri. L’ultima operazione proprio il giorno prima dell’attentato con lo smantellamento di quattro gruppi (ventidue gli arrestati) che reclutavano persone da inviare in Libia.
LA ROCCAFORTE

Ansar al Sharia, creata nell’aprile 2011 da Abu Ayadh al Tunsi, già fondatore del Gruppo Combattente Tunisino, ha la sua roccaforte sulla montagna dello Djebel Chambi, diciassette chilometri a nord-est della città di Kasserine e poco distante dalla frontiera con l’Algeria. La zona montuosa è utilizzata da gruppi criminali e jihadisti come riparo, passaggio di miliziani e per il traffico d’armi e droga tra Algeria e Tunisia. Nello scorso febbraio in un’imboscata vennero uccise quattro guardie di frontiera tunisine. Sempre nel governatorato di Kasserine si sono registrati diversi attacchi, uno dei quali alla casa dell’ex ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou nel maggio 2014 (quattro i morti) e il tentativo di uccisione di Mohamed Ali Nasri, deputato del partito laico Nidaa Tounes nel settembre scorso.
Altre zone sensibili sono Jendouba e El Kef, sempre al confine con l’Algeria e la zona sud del Paese, specialmente l’area tra Tataouine, Ben Gardine (storica zona di contrabbando) e l’area della “tripla frontiera” tra Libia, Algeria e Tunisia. Aree economicamente depresse dove proliferano reclutatori e imam che manipolano centinaia di giovani disoccupati promettendo soldi e aiuti alle famiglie.
Di un possibile attentato in grande stile, i vertici tunisini erano avvertiti da mesi, soprattutto dopo che lo scorso dicembre era stato pubblicato un video in rete dove tre tunisini affiliati allo Stato Islamico minacciavano i loro compatrioti dicendo loro che «non sarebbero vissuti in sicurezza fino a quando la Tunisia non sarà governata dall’Islam». Uno dei combattenti apparsi nel video era poi stato identificato come Boubakr Hakim, sospettato di aver preso parte nel 2013 all’omicidio di Chokri Belaid, avvocato e leader del Fronte Popolare Tunisino, freddato con tre colpi di pistola davanti alla sua abitazione a Tunisi. Altro sospettato dell’omicidio di Chokri Belaid è Ahmed al Ruwaysi, ucciso proprio lunedì scorto a Sirte negli scontri tra le forze di Misurata e l’Isis per il controllo della città. Morte questa, che non fa altro che confermare gli ormai stretti rapporti tra gruppi estremisti libici e tunisini.

Il Messaggero