Abruzzo, strage nella fabbrica dei botti

TAGLIACOZZO FUOCHI

TAGLIACOZZO Un boato tremendo, profondo, improvviso. I vetri tremano, qualcuno si rompe. «È il terremoto!» gridano i marsicani che fuggono in strada. La colonna di fumo che si leva immediatamente dall’altura di Poggio Filippo sembra quella di una mini-Hiroshima. «Un fungo atomico» dirà il sindaco di Tagliacozzo, Maurizio Di Marco Testa. No, non è il terremoto. E forse è addirittura peggio. Lì, in quel punto, immersa nel verde, c’è la storica fabbrica di fuochi pirotecnici della famiglia Paolelli. I boati diventano due, poi tre. Un bombardamento. A fine giornata l’Abruzzo conterà altri tre morti nella sciagura fotocopia di quella dell’anno scorso a Città Sant’Angelo. Anche allora era luglio, il 25. Anche allora fu colpita una famiglia storica del settore, i Di Giacomo. I morti furono 5, compreso un vigile del fuoco. Sua moglie, Patrizia Colatriani, ieri ha rivissuto le immagini tremende di quel giorno: «Queste fabbriche vanno chiuse» ha detto con rabbia. 
LE RICERCHE
A Poggio Filippo, località San Donato, perdono la vita Valerio Paolelli, 37 anni, figlio del titolare della fabbrica Sergio, scampato al dramma per miracolo insieme agli altri suoi due ragazzi, Sabrina e Armando. Con lui gli operai Antonello D’Ambrosio, 33 anni e Antonio Morsani, 47, quest’ultimo originario del Reatino. In ospedale, per ferite non gravi, l’algerino Kedhia Sofiane, il catanese Aurelio Chiariello e il napoletano Onofrio Pasquariello. Il recupero delle salme avverrà oggi. Ecco perché i nomi, formalmente, non sono ancora ufficiali. Le operazioni sono state concluse ieri nel pomeriggio: troppo pericoloso battere la zona, i focolai che covano sotto la cenere e le macerie potrebbero generare altre esplosioni. Nella notte hanno operato gli artificieri. Due corpi sono nell’edificio principale distrutto, un terzo è dato per disperso, ma basta guardare il teatro di guerra per capire che sperare è folle.
IL GESTO EROICO
Il bilancio poteva essere ancora più grave se Sabrina non avesse fermato suo fratello Armando, deciso a correre per prestare aiuto: «Fermati! Salviamoci almeno noi!» il grido disperato. A Città Sant’Angelo, un anno fa, morì così Alessio Di Giacomo. L’inferno scoppia alle 13,35. Nove persone sono al lavoro. Forse, come racconterà un operaio, si sta caricando un camion per una delle tante feste estive. All’improvviso il finimondo. Saranno le perizie ad accertare come è scoccata la scintilla fatale. Se c’è stato un errore o se qualcosa in quella fabbrica non era in regola. Dalle ispezioni 2012 e 2013 era risultato tutto ok. E anche i testimoni, ieri, hanno riferito di un luogo di lavoro «modello». Andrà verificata anche la circostanza di una richiesta di ampliamento della capacità di stoccare esplosivi, di cui si parlava. Fatto sta che in meno di dieci minuti vengono rasi al suolo l’edificio principale e altri cinque o sei bunker più piccoli. Si rompono vetri a chilometri di distanza. C’è chi cade a terra spostato dall’onda d’urto. Sul posto vigili del fuoco, forestali, carabinieri, polizia, elicotteri e ambulanze. A fine giornata il messaggio di «profonda tristezza» del capo dello Stato Napolitano al sindaco Di Marco Testa: «In questa dolorosa circostanza la prego di farsi interprete della partecipe e solidale vicinanza del Capo dello Stato, esprimendo ai familiari delle vittime finora accertate il suo commosso cordoglio e ai feriti l’augurio di pronta guarigione».

IL MESSAGGERO