«A Roma la mafia nelle istituzioni»

Mafia Capitale

È Mafia Capitale la vera novità della relazione annuale antimafia 2014. Una mafia che utilizza, alternativamente, la «violenza» e la «corruzione», «realizzando una sistematica infiltrazione del tessuto imprenditoriale». Ma il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti ieri non si è limitato a fare il bilancio del lavoro svolto nel corso dell’anno. Affiancato dalla presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi ha riservato più di un fendente alla politica e persino alla chiesa. Prima di tutto puntando sulla corruzione, «fenomeno di sistema», «assolutamente dilagante perché mai efficacemente contrastata e combattuta ma anzi per troppo tempo tollerata e giustificata», facilitata anche dalle modifiche al falso in bilancio; quindi sulla tratta dei clandestini «che può alimentare il terrorismo internazionale»; e riservando un affondo anche ai silenzi della Chiesa che ha avuto reazioni «pari a zero» quando sono stati ammazzati don Diana e don Puglisi (uccisi rispettivamente dalla Camorra e dalla Mafia nei primi anni novanta).
MAFIA CAPITALE

L’inchiesta romana, si legge nella relazione, «ha messo in evidenza uno spaccato delle istituzioni romane davvero sconfortante e preoccupante», anche perché «avvalendosi del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana divenuti negli anni importanti personaggi politici o manager pubblici» Massimo Carminati ha «potuto condizionare pesantemente il contesto politico ed amministrativo romano, determinando la nomina di personaggi “graditi” in posizioni strategiche. In tal modo ha costituito quello che i pubblici ministeri definiscono un capitale istituzionale, consistente in un articolato sistema di relazioni arrivato a coinvolgere i vertici delle istituzioni locali, grazie al quale ottenere appalti o accelerare pagamenti, o comunque individuare fonti di arricchimento in favore delle aziende controllate, e realizzare così ingentissimi guadagni».
EMILIA TERRA DI MAFIA

Per il resto, il documento elaborato dall’Antimafia consolida il quadro di organizzazioni mafiose sempre più radicate nel Nord del paese. Se il peso in Lombardia era noto ormai da qualche tempo, colpisce come la Dna evidenzi che l’Emilia Romagna oggi «può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione»: l’inchiesta Emilia della dda di Bologna ha evidenziato «l’esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali».
Inquietante anche l’immagine della ‘ndrangheta descritta come un’organizzazione unitaria, ramificata a livello internazionale ma con la testa nella provincia di Reggio Calabria che grazie al suo potere economico ha la capacità di essere interlocutore per la politica. «La ‘ndrangheta conferma, come risulta anche dalle indagini in corso, di avere acquisito una posizione, se non monopolistica, quantomeno oligopolistica, nel contesto del traffico internazionale di cocaina che dal Sud-America arriva in Europa». E grazie alle relazioni sul territorio, nel porto di Gioia Tauro «gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, inesauribili, appoggi interni: il Porto è divenuto la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia», scrivono gli investigatori. Anche a Milano predominano organizzazioni di origine calabrese a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana.
LA CATTURA DEL BOSS
Se la mafia siciliana ha subito pesanti colpi, è ancora presto per parlare di sconfitta di Cosa nostra. Prioritaria, scrive la Dna, resta la cattura di Matteo Messina Denaro: «Il suo arresto non può che costituire una priorità assoluta ritenendosi che, nella descritta situazione di difficoltà di Cosa Nostra, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire un danno enorme per l’organizzazione». A preoccupare è anche l’alto numero di minacce rivolte ai magistrati del distretto di Palermo.

Il Messaggero