A Beirut come un turista. La telefonata: «Non sono in gattabuia»

Marcello Dell'Utri

Quattro piani di cemento armato protetti da un alto muro di altrettanto cemento armato e con tre giri di filo spinato, poliziotti in assetto di guerra che scrutano dietro trincee di sacchetti di sabbia con l’indice pronto sul grilletto del fucile automatico. In questo inquietante e minaccioso edificio nella zona est di Beirut tra il museo nazionale e l’ospedale «Hotel Dieu» dalle prime ore di ieri mattina è trattenuto Marcello Dell’Utri, ex senatore della Repubblica italiana, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, ex latitante. «Faceva colazione al tavolo da solo. Da come era vestito sembrava un turista normale», racconta chi lo ha visto giovedì scorso mentre si aggirava nel salone tutto marmi e broccati di uno dei ristoranti dell’hotel Phoenicia, tra gli alberghi più lussuosi della città. Al tempo della guerra del Libano questo fu un avamposto della zona musulmana, bersaglio delle granate e dei proiettili dei cecchini cristiani. A quasi un quarto di secolo dalla fine delle ostilità, a Beirut la situazione è molto migliorata, se non fosse per alcuni attentati che negli anni hanno insanguinato la periferia della città costringendo le autorità a militarizzare i quartieri a più alto rischio, come il centro le cui strade, nella zona del parlamento e del governo, sono interrotte da posti di blocco presidiati da militari armati.
Non contribuisce a tranquillizzare gli stranieri neanche il blindato dell’esercito che, con un uomo alla mitragliatrice della torretta, sta proprio davanti al Phoenicia, e i soldati che a cinquanta metri l’uno dall’altro sorvegliano la zona dei grandi alberghi, mentre uomini d’affari, politici e pochi turisti vanno avanti e indietro con apparente tranquillità. I segni dei combattimenti di allora sono ancora ben visibili su alcuni edifici. Non sulla facciata del Phoenicia, interamente rifatta, come l’interno e le stanze, in una delle quali Dell’Utri ha soggiornato per alcuni giorni della settimana scorsa, dopo essere arrivato in Libano tra la fine di marzo e i primi di aprile.

 

Il passaporto italiano

Per lui non deve essere stata una notte tranquilla quella tra venerdì e sabato. Ricercato su mandato di cattura internazionale a pochi giorni dalla sentenza in Cassazione sulla condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell’Utri forse non sapeva che tra l’Italia e il Libano c’è un trattato che dal 1970 prevede la mutua, e rapida, possibilità di arresto tramite l’Interpol e di estradizione. Alle prime ore della giornata, la richiesta di cattura era nelle mani degli agenti del settore informazioni della polizia libanese, una specie di servizio segreto, che bussavano alla sua porta. Il nome e la collocazione dell’ex senatore, che si era registrato in albergo con il suo passaporto, erano a conoscenza della polizia già dal momento del suo arrivo perché erano stati comunicati automaticamente, come avviene di norma.

Il fermo

Dell’Utri non ha fatto alcuna resistenza. Dopo una perquisizione, durante la quale gli hanno trovato e sequestrato 30 mila euro in banconote da 50, si è lasciato condurre nel quartiere generale della polizia dove è stato messo a disposizione del pubblico ministero, come ha confermato una fonte giudiziaria che ha voluto mantenere l’anonimato. La stessa fonte ha precisato che «il Libano è obbligato ad adempiere alle richieste di indagini e di arresto che provengono tramite l’Interpol, di cui fa parte». Si può rifiutare solo se si tratta di reati che vengono ritenuti collegati all’espressione di opinioni politiche.

La procedura per l’estradizione

Dal momento in cui l’amico di Silvio Berlusconi è stato portato via, con un’operazione alla quale ha partecipato anche personale della Dia di Palermo, hanno smesso di funzionare i suoi due cellulari che nelle ultime 24 ore avevano squillato incessantemente senza risposta sotto l’assalto dei giornalisti. Arrivato nel quartier generale, la polizia gli ha concesso la possibilità di telefonare al suo legale di fiducia a Palermo, l’avvocato Giuseppe Di Peri, per uno scambio di battute. «Non sono in gattabuia, ma in una foresteria» avrebbe detto.
La procedura prevede che la documentazione sulla quale si basa la richiesta di estradizione firmata dal ministro della giustizia Andrea Orlando venga ora esaminata da un pubblico ministero che, probabilmente già domani, dovrebbe convalidare o no l’arresto, mentre forse già da oggi alcuni familiari dell’ex senatore potrebbero raggiungere Beirut per tentare di ottenere un primo colloquio. Poi, la posizione di Dell’Utri passerà al vaglio del procuratore generale del Libano, Samir Hammoud, la massima autorità giudiziaria del Paese, che entro sette-dieci giorni dovrebbe decidere sull’estradizione, anche se tutto potrebbe slittare ulteriormente a causa delle festività della Pasqua, e la coincidenza quest’anno tra quella cattolica e quella ortodossa potrebbe dilatare i tempi a causa della chiusura degli uffici. La decisione di Hammoud dovrà successivamente passare all’esame del governo, che però nella stragrande maggioranza dei casi si limita a una formale presa d’atto, anche perché i requisiti per concedere l’estradizione sono piuttosto ampi.

 

L’assistenza dell’ambasciata

Marcello Dell’Utri, al quale l’ambasciata italiana sta «assicurando assistenza», non ha ancora potuto nominare un proprio avvocato difensore perché il codice libanese lo impedisce in questa fase. «Non ne ha bisogno in quanto non è accusato di aver commesso reati in Libano. Il pubblico ministero deciderà dopo averlo ascoltato direttamente», spiega la fonte giudiziaria. Potrà affidare la sua difesa ad un avvocato locale per la fase dell’estradizione. L’ex senatore nel Paese dei cedri può comunque contare sull’aiuto di amicizie importanti, specie nell’entourage del defunto ex primo ministro Rafik Hariri, ricchissimo imprenditore televisivo ucciso nel 2005 in un attentato non molto distante dal Phoenicia.

Corriere della Sera