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Multinazionali e micro-imprese, ecco le due facce della crisi italiana
Merloni, accordo di programma entro il mese. E spuntano i cinesi
ROMA È la faccia visibile della crisi: una grande azienda multinazionale nel suo quartier generale decide quale pezzi spostare sullo scacchiere mondiale, per assicurarsi la sopravvivenza in una competizione globale che si fa sempre più difficile. Viene annunciata la chiusura di un impianto che impiega centinaia di persone, si scatena la rabbia dei lavoratori - anche con manifestazioni clamorose - la politica tenta come può di correre ai ripari.
Ma poi c’è anche la faccia nascosta, meno visibile: migliaia e migliaia di piccole o piccolissime aziende che senza troppe discussioni sono costrette a sparire, o comunque a sopravvivere in condizioni difficilissime, sull’orlo del precipizio. In mezzo c’è tutto il resto della struttura produttiva, comunque toccata dagli sconvolgimenti globali, seppur con intensità diverse (soffrono di più i comparti manifatturieri che esportano, un po’ meno altri settori).
Anche se ogni storia è diversa, e dunque le generalizzazioni vanno sempre fatte con prudenza, le vicende di questi giorni sembrano indicare alcune tendenze non necessariamente sovrapponibili alle certezze del passato. Ad esempio, in tema di delocalizzazioni, resta purtroppo attuale la carenza di attrattività del nostro Paese non tanto sotto il profilo del costo del lavoro, quanto piuttosto sotto quello delle condizioni per fare impresa (burocrazia, infrastrutture, legalità a rischio): problemi che riguardano soprattutto il Mezzogiorno d’Italia. Sta di fatto però che le chiusure minacciate non sono solo a Sud: c’è anche il Nord-Est. E a rischio sono non solo impianti produttivi “normali”, ma anche centri di ricerca, come quello della Glaxo. D’altra parte la stessa Alcoa che oggi vorrebbe lasciare la Sardegna e il Veneto, o quanto meno ridimensionare la propria presenza, poco più di un anno fa aveva sospeso la produzione nella fonderia di Rockdale, in Texas (causando 800 esuberi) con motivazioni del tutto simili: l’alto costo dell’elettricità in loco. Insomma, se la crisi impone a tutte le imprese del mondo di ripensare se stesse, i colossi possono farlo anche in termini di ottimizzazione geografica.
Una possibilità che invece è preclusa ai soggetti imprenditoriali più piccoli, per non parlare delle micro-imprese, che poi sono il grosso della struttura produttiva italiana. Le aziende di dimensioni ridotte, spiega un recentissimo studio di tre economisti della Banca d’Italia (Matteo Bugamelli, Riccardo Cristadoro e Giordano Zevi) risultano penalizzate in questa fase per almeno tre fattori. In primo luogo, operando spesso come subfornitori di soggetti più grandi, si vedono scaricare dai committenti l’incertezza legata al calo della domanda, soprattutto nei casi di delocalizzazione o di re-internalizzazione da parte da parte delle aziende di maggiori dimensioni di fasi produttive che erano state portate all’esterno. Poi, sempre a vantaggio dei committenti, devono ridurre i propri margini oppure accettare ritardi nei pagamenti, perché non hanno la forza contrattuale per fare altrimenti. Infine, per le loro caratteristiche sono le prime vittime della stretta sul credito operata dalle banche.
Insomma la sofferenza parte dal basso. Pochi giorni fa Unioncamere spiegava che il bilancio 2009 su natalità e mortalità delle imprese è appesantito dal calo di 30.000 unità delle ditte individuali. Ma anche chi è un po’ al di sopra di questo livello è a rischio. Nel rapporto “Scenari economici” dello scorso dicembre, il Centro Studi Confindustria, rileva che spesso “il saper fare bene le cose” non basta più e dunque la strada è quella delle alleanze e del coordinamento delle competenze.
Fonte: Il Messaggero
martedì 9 febbraio 2010 economia | multinazionali, piccole imprese, crisi
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