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Berlusconi all'ultimo strappo: Fini lasci la Camera
In un'ora il Pdl decide: è incompatibile. Deferiti ai probiviri Bocchino, Granata e Briguglio
Stavolta è finita davvero, ed è bastata un’ora e poco più per sancirlo. Con 33 voti a favore e 3 contrari - quelli dei ministri Ronchi e Urso e del sottosegretario Viespoli -, l’ufficio di presidenza del Pdl ha votato ieri sera un documento in cui si sancisce l’«assoluta incompatibilità politica» delle posizioni politiche di Fini con i «princìpi ispiratori del Popolo della Libertà», e di conseguenza il venir meno anche della «fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni».
Un documento durissimo, che ha come postilla anche il deferimento ai probiviri dei deputati finiani Granata, Briguglio e Bocchino (le cui uscite sono state nel vertice definite «spregevoli» dal premier) perché siano sottoposti a sospensione o espulsione. E poco importa a questo punto che nella pagina che nero su bianco caccia il cofondatore del Pdl da quello che fino a ieri era ancora il suo partito, sia stato aggiunto per volere dei tre finiani presenti uno «spiraglio», ovvero l’aggiunta di un «allo stato» prima della dichiarazione di incompatibilità, perché non si vede come sia possibile una ricucitura futura dopo parole e atti così dirompenti.
È infatti vero che nell’ufficio di presidenza Berlusconi è stato meno duro di quanto non sia stato poi in pubblico, anche perché i tre finiani hanno chiesto inizialmente «24 ore di tempo» prima di sancire la rottura, e perché hanno cercato di convincerlo che si è arrivati a questo punto «per colpa di certi ultras, non di Fini». Ma nella sostanza Berlusconi non ha concesso assolutamente nulla: «È stato Fini a provocare tutto questo, è troppo tardi per tornare indietro» la risposta fornita alle cautele anche della Meloni, un tempo fedelissima dell’ex leader di An, o a Giovanardi, che chiedeva se davvero «così il governo è più forte».
Adesso la battaglia si sposta sulla pressione politica che verrà fatta su Fini perché lasci la presidenza, anche se l’escamotage tecnico per farlo fuori secondo i big del Pdl «non esiste, quello è un ruolo di garanzia». E la caccia sarà ai numeri, a quelli di Fini che apparivano ieri «importanti» anche a berlusconiani fedeli, ma non tali da impedire che il dado fosse tratto perché, come dice Gaetano Quagliariello «è vero che sullo sfondo ora aleggia un rischio elezioni, ma non correrlo avrebbe significato solo una lenta morte per strangolamento».
E allora si capisce come già inizi lo scaricabarile delle responsabilità: Osvaldo Napoli fa intravedere la linea che potrebbe adottare il premier qualora tutto precipitasse e si dovesse imboccare la via delle urne quando dice che «saranno i finiani a dover spiegare perché si è tradito il patto con gli elettori», violata la volontà popolare. Un quadro drammatico, che non fa certo felice Umberto Bossi, che in mattinata consigliava a Berlusconi di andare in ferie» e in serata aggiungeva gelido: «Si arrangeranno loro... Io ho già le mie beghe».
Fonte: Il Corriere della Sera
venerdì 30 luglio 2010 attualità | berlusconi, fini, rottura definitiva
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