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In 5 perché un disastro che non è solo rossonero
Fino alla partita di Manchester siamo riusciti a prendere ogni sconfitta come un evento a parte.
Quando è cominciata la crisi? Adesso lo sappiamo: il calcio italiano è in grande difficoltà. Fino alla partita di Manchester siamo riusciti a prendere ogni sconfitta come un evento a parte. Non c’è mai stata somma, solo discussioni singole. Ora di colpo tutto diventa chiaro. Che cosa ci ha trasformato? La crisi è cominciata quando il costo dei giocatori si è alzato di un ultimo 30-40 per cento. Dieci anni fa Batistuta era il giocatore più pagato e arrivava a 8 miliardi di lire. Oggi con 4 milioni di euro non si mette sotto contratto nessun grande giocatore. Ibrahimovic prende tre volte tanto. Questo aumento del costo del lavoro è arrivato su un calcio che aveva toccato il fallimento e stava uscendo da una crisi epocale. Non eravamo però noi a dettare i prezzi, erano le grandi società straniere. Per rimanere competitivi bisognava stare ai loro comandamenti. Perché le società hanno subito tutto questo? La necessità di nuovi sforzi economici è caduta su una classe imprenditoriale vecchia, ormai molto assuefatta al calcio. Gente che da anni e anni continuava a coprire i deficit con aumenti di capitale da decine di milioni. Nel tempo la cifra è diventata insopportabile perfino per Berlusconi e Moratti. Questo ha portato a una contrazione generale delle entrate e a una sparizione dei grandi giocatori. Tra il 2002 e il 2006 avevano vinto il Pallone d’oro quattro «italiani» su cinque (Ronaldo, Nedved, Shevchenko, Cannavaro). Nel 2008 tra i primi dieci c’erano solo Kaká e Ibrahimovic all’ottavo e nono posto. Nel 2009, tra i primi trenta selezionati europei solo Ibrahimovic. Dove sono finiti i giocatori italiani di livello internazionale? A tutto questo si sono aggiunte un paio di generazioni deludenti di calciatori italiani. Capita, ma da noi è stato davvero un problema grave. Tra i difensori oggi c’è Chiellini, ottimo giocatore. Dieci anni fa c’erano però Maldini, Nesta, Ferrara, Costacurta, Cannavaro. Tra i fantasisti, l’astro nascente è Candreva, altro ottimo giocatore. Dieci anni fa c’erano Totti, Del Piero e rasentavamo ancora i confini di Baggio e Mancini. Colpa di chi? Dei vivai, delle madri italiane, della globalizzazione? Un po’ di tutto, ma certamente di come è cambiato il mercato. Con i diritti televisivi assicurati, l’affare per le piccole società non è più allevare giovani, ma rimanere in serie A. Per fare questo vanno meglio i giocatori esperti, anzi, gli specialisti dei ruoli. Non è più vero che i vari Chievo, Atalanta, Livorno puntano sui giovani. È vero l’opposto: di giovani veri non ne hanno più. Fra i 500 giocatori che compongono la rosa della serie A, 82 sono tra i 33 e i 40 anni, il 16,4 per cento. Mentre i ragazzi sotto i 23 anni (limite già largo) sono poco più di 40, l’8,5 per cento. Siamo in sostanza un campionato molto vecchio che si ricicla ogni anno come il gioco delle tre tavolette. Nel frattempo, messi in soggezione dagli interessi e i costi della serie A, sono scomparsi gli altri grandi vivai naturali, la serie B e C. In che modo la rivoluzione di Calciopoli può avere influito su tutto questo? Il motivo più serio delle difficoltà italiane è quasi impronunciabile. È la cancellazione della Juve nel 2006. Non parlo qui di motivi etici, non interessa chi ha torto o ragione. Parlo di conseguenze tecniche. Tra cessioni e invecchiamento, sono stati cancellati una quindicina di grandi calciatori, danno enorme e generale. È stata poi smaterializzata la società che da ottant’anni funzionava da riferimento comune. Infine a tutte le squadre è mancato il vero avversario. Questo ha portato a non investire, a sottovalutare il rendimento. È stato come aprire un vuoto grande quanto la metà del nostro calcio. Che volenti o no, paghiamo tutti.

Fonte: Corriere della Sera
venerdì 12 marzo 2010 sport calcio | l'opinione di mario sconcerti
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